Vecchio Vademecum per non essere una scimmia (nemmeno per un giorno)

1994 chiamata per il militare, mi informo con amici più grandi su come comportarmi una volta giunto in caserma, mi dicono che la caserma dove verrò spedito ha fama di nonnismo. Che i nuovi arrivati vengono chiamati “scimmie” o “rane”. Gli amici mi dicono di sottostare bonariamente a qualche scherzetto che mi verrà fatto, di far passare le prime settimane standomene tranquillo e sottomesso a qualche piccola angheria che potrei subire che “tanto poi il tempo passa ed arriverà il giorno in cui non sarai più una scimmia perché arriveranno gli altri scaglioni”
Ci pensavo e mi scervellavo su questa cosa, non perché avessi paura di essere trattato male o chissà quale timore. Quello che occupava i miei pensieri era trovare il modo di non essere scimmia nemmeno per un giorno.
Così una mattina mi sveglio, vado a trovare G. che all’epoca aveva il fratello che viveva a Londra e con il quale intratteneva un’amabile corrispondenza di francobolli intinti nell’lsd. Gli chiedo gentilmente di fornirmene setto/otto in quanto essendo in partenza per il “militare” mi avrebbe senz’altro fatto bene qualche momento ricreativo. G. ragazzo di grandi valori e di buon cuore, in capo a pochi giorni mi fece contento e soddisfatto. Così potei partire appagato e fiducioso per la mia destinazione deciso a non essere scimmia nemmeno per un giorno!
La caserma era enorme, punteggiata da grossi caseggiati che costituivano le cosiddette “compagnie” dove all’interno si trovavano letti a castello stile ospedali da Grande Guerra e degli allegri cessi costituiti da una turca. Non appena arrivati ci diedero una infarinata di quello che sarebbe stata la nostra quotidianità, ci mostrarono gli ambienti, si informarono delle nostre mansioni nella vita civile. Durante la notte notai quella che era la maggiore nota di folklore del luogo, una moltitudine di scarafaggi che a notte fonda sostavano innumerevoli sul pavimento ed intorno ai letti inibendo all’esterrefatto spettatore qualsiasi desiderio di scendere dal giaciglio per andare al cesso, anche perché sarebbe stato impossibile farlo senza spiaccicarne qualche decina, e che ancor prima dell’alba si ritiravano lì da dove erano venuti.
Al mattino non appena ebbi un momento libero me ne andai a zonzo per la caserma, noto due ragazzi che chiaramente erano lì da più tempo di me. Erano seduti su un muretto a fumare, uno era abbastanza in carne, carnagione scura ed aria da bonaccione, l’altro era il classico belloccio rubacuori biondo occhi azzurri e sguardo da far innamorare qualunque ragazzina che non avesse finito le superiori. L’atteggiamento menefreghista di entrambi mi incoraggiò ad avvicinarli e così con la scusa di farmi accendere una sigaretta attaccai bottone chiedendo se ci fosse qualcuno in giro che avesse dell’erba, così tanto per tastare il terreno. Mi risposero che no, non c’era nessuno ed anche fuori quando si era in libera uscita era alquanto difficile trovarne. Bingo! Sfoderando la mia cultura sulla psichedelìa unita a qualche ingegnosa cazzata visionaria feci loro presente che ci sarebbe stata la possibilità di farsi “un trip” in compagnia, li trattenni per un bel po’ ed una volta finito di parlare iniziarono a discutere a voce alta fra loro, il biondo sosteneva che la mia era “vera cultura” l’altro controbatteva dicendo che erano “discorsi da tossico” fatto sta che mi diedero appuntamento verso sera presso la loro compagnia, quella degli anziani. Mi feci trovare lì davanti dopo aver studiato nei minimi dettagli la migliore espressione disinteressata che conoscevo e devo ammettere che a distanza di tanti anni non sono mai riuscito a fare di meglio. Sbucarono fuori dalla compagnia e ci allontanammo in un posto un po’ più appartato alchè tirai fuori un bel francobollino colorato e glielo regalai con la raccomandazione di dividerlo a metà per ciascuno. Se ne andarono soddisfatti ma anche pensierosi, ringraziandomi e dicendomi che ci saremmo rivisti l’indomani.
Passa la notte, letti a castello stile Grande Guerra, gli allegri cessi con la turca, le blatte, migliaia, che invadono il pavimento. Arriva il giorno dopo, primo alzabandiera, prime esercitazioni, arriva mezzogiorno, il momento della mensa, il momento in cui chi è scimmia fa la fila in fondo ed aspetta per mangiare mentre gli anziani ti passano davanti senza guardarti nemmeno in faccia che tanto tra loro si conoscono. Mi metto in fila in fondo, gli anziani mi oltrepassano senza fare caso a me, loro non fanno la fila, passano e basta, vanno davanti e si servono prima, quando i pasti sono ancora belli caldi. Ho le braccia conserte, fa un po’ freddo, mi guardo intorno. Aspetto un turno che non arriva mai, altri anziani arrivano. Aspetto ancora. Poi finalmente eccoli. Il biondo ed il bruno.
“Hey ciao! bel trip sai? Ne hai degli altri?”
“Ehilà! Mi fa piacere! Certo che ne ho, ma non voglio mica soldi, divido volentieri…”
Stringo loro la mano come si fa tra vecchi amici, mi prendono con loro, andiamo avanti nella fila come se stessimo sfrecciando sulla corsia d’emergenza di una tangenziale intasata all’ora di punta. Ci sistemiamo praticamente dietro ad uno che era un armadio a due ante, faceva l’autista. Mi guarda e mi dice:
” Vai dietro scimmia”
“Sta con noi” risponde il biondo, l’armadio si volta dall’altra parte come se niente fosse.
Non sono stato una scimmia nemmeno per un giorno.

PS: non ho mai preso LSD in vita mia (ho fatto male?) regalai loro piccoli pezzettini e feci il modo di farmeli bastare finché non si congedarono e non arrivò l’altro scaglione.

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