Lettera d’amore

Cara Solfiore, mi ritrovo mio malgrado a scriverti questa lettera poiché spesso mi tornano alla mente i discorsi che tempo fa facevamo l’un l’altro, soprattutto appena svegli, quando la primavera illuminava la nostra stanza di ragioni chiare.
Ancora adesso ricordo esattamente il momento in cui stropicciandoti gli occhi mi annunciavi senza voltarti, un avvenire che non immaginavo migliore. Eri nelle mie parole e nelle mie letture, nelle mie speranze e in quello che nelle speranze rifiutavo. Eri nei miei ricordi passati e presenti ed in quelli futuri, dentro tutto ciò che del mondo io posso amare e che del mondo non posso amare. Dormivo nei tuoi sogni svegliandomi prima dell’alba per contemplare il profilo del tuo viso nella silenziosa filigrana della prima luce, insieme a quei fiori gialli davanti allo specchio che tanto ti piacevano.
Ti conobbi ad un appuntamento o forse chissà, in uno di quei posti impossibili che mi piaceva frequentare, e fu nel momento in cui sentii la tua voce che riconobbi il rumore della vita che bussava alla mia porta.
Avevi deliziosi occhi scuri che mi piaceva fissare soprattutto quando non mi guardavi, un po’ per imbarazzo un po’ perché era l’unico modo che conoscevo per dirti quanto ti amassi, senza confessartelo, nonostante già ci frequentassimo. Fu tempo dopo, quando ti raccontai queste cose che sorridendo mi dicesti che ero tale e quale all’innamorato di Roland Barthes. Forse è vero Solfiore, è così. Ti ho amata in solitudine, di una solitudine estrema, perché era un sentimento troppo grande da comunicarti, potevo solo favoleggiarlo e racchiuderlo in una nebbia di strane parole di cui mai sarei stato in grado di comprenderne la grammatica.
Forse è per questo che te ne sei andata.
Ripenso alle nostre passeggiate nel bosco, al mio segreto timore di perderti nel fitto di quegli alberi, dicevi che in quell’ora in cui il cielo e la terra si uniscono vengono fuori le creature che lo abitano. Delle volte eri talmente vicina a convincermi che di nascosto solleticavo la mia fantasia fantasticando di una misteriosa lingua che solo tu conoscevi. Era la lingua dei castagni, delle more selvatiche, delle felci, dell’upupa che al tramonto fa ancora i suoi bagni di sole.
Dicono che faccia bene bere un bicchiere d’acqua appena svegli, lo faccio ogni mattina, mi lavo, mi vesto, esco immergendomi nell’indifferente sordo ed informato brusìo della città. Non riesco ad occhieggiare ogni singolo pedone senza pensare di rivederti.

Bellinverno

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