Il filo di seta

L’ultimo ricordo che ho di te è la tua figura che se ne stava di spalle come un giorno oramai trascorso.
Posso dire di avere fatto giusto in tempo a conoscerti, me ne resi conto quando svegliandomi appena prima dell’alba guardai il tuo volto immerso nell’atmosfera quieta di un sonno invernale.
Aveva la tua espressione una lieve sfumatura dolente che testimoniava un sonno irrisolto ma che ti abbelliva e che allo stesso tempo ringraziai poiché mai da sveglia mi avresti fatto dono di una simile nudità.
Fatto salvo che siamo solamente il prodotto delle occasioni non è stato difficile scegliersi, un po’ per istinto, un po’ per quelle convenienze inconfessabili che ci fanno da guida nei frangenti del nostro percorso. Nel nostro caso fu una spiaggia di notte, un luogo senza ombre ma con il suono del mare. Un luogo della verità a cui si arriva per vie diverse ma con eguali intenti. Ti rifugiavi spesso lì a cullarti con l’andirivieni incessante delle onde perché ti conciliava il sonno. Io invece ci andavo per sentirmi solo ed assaporare la frescura della sabbia che in quelle ore facevo scorrere giù dal palmo delle mani a mo’ di clessidra. Mi dicesti che in certe notti le onde arrivavano a bagnarti i piedi e che preferivi stare lontana dalle tue amiche perché spesso non comprendevano il tuo modo di parlare e che non riuscivano a vedere quello che c’era tra una parola e l’altra. Mi parlasti del bosco al di là del promontorio e di una vecchia altalena appesa al ramo di un grande castagno, ti chiedevi chissà da quanto tempo era lì e chi mai fosse stato a farsi dondolare.
Fu il giorno dopo che mi ci portasti, attraversammo un ponte oltre il quale si ergeva un grande glicine che in tarda estate diventava maestoso nella sua imponenza. Aveva un viola perlaceo che si confaceva completamente all’immagine di una porta naturale verso quel mondo di sussurri nel quale mi accompagnavi. Un antro della sibilla ove si collocano ben stilizzati i tuoi fantasmi e i destini di chi ti ha conosciuta.
Parlammo, parlammo molto, eppure mi sembrò di avere fatto insieme a te una lunga passeggiata immersi in un meraviglioso e straniante silenzio. Ripensandoci non ricordo assolutamente cosa ci dicemmo. Ho in mente la figura delle tue dita che mi mostravano le felci, il tuo porgermi la mano per portarmi a vedere un piccolo specchio d’acqua nascosto, la meraviglia al passaggio di una bestiola che svelta attraversava il sentiero. Una fuga di immagini che col tempo ha offuscato ogni parola intercorsa tra noi in quel luogo che aveva qualcosa di celato, oscuro o meglio occulto proprio come una sibilla quale tu mi sembravi col tuo linguaggio ambivalente, i tuoi responsi che volevano dire tutto e niente, verità appena accennate per non dispiacermi.
Nella storia delle relazioni alberga un senso di esclusività che ci porta a credere che gli accadimenti al loro interno riguardino solo noi e chiunque non ne faccia parte è soltanto una bestia inutile senza alcuna capacità di comprensione. È vero ma in parte poiché quell’alone del fantastico che ricopre la bolla dell’innamorato facilmente si dirada corrotto da piccole speranze mancate, da impalpabili incomprensioni capaci di cambiare il colore dell’armonia, impercettibili colpi del disinganno che ne minano la superficie creando crepe non più rimarginabili.  Succede allora che le parole del discorso amoroso sgorgano fuori da quella bolla disperdendosi, proprio come da una ferita ne fuoriesce irrimediabilmente il sangue inaridendone il corpo, facendo avvizzire quel discorso che fino a poco fa teneva in vita l’innamorato.
Una sera andammo in una piazza semideserta, ci sedemmo sui gradini di uno dei suoi antichi edifici che si affacciano sul selciato. Era illuminata da luci fioche ma bastanti a darle un’atmosfera quasi di intimità nonostante fosse molto grande. Al centro della piazza apparve dal nulla un gruppo di una ventina di ragazzi, avevano attrezzi da circo ed una lunghissima stoffa rossa che disposero in tondo. Invitarono i presenti ad avvicinarsi per assistere al loro spettacolo ma noi non lo facemmo preferendo restare lì seduti a guardarli da lontano. Si avvicinò uno di loro che sorridendo e senza parlare ci fece cenno di venire. Fu in quel momento che apparve dalle sue spalle una giovane ragazza poco più che adolescente, era sporca e dall’aspetto trasandato, teneva stretta con la sua mano destra la maglia di lui senza dare l’impressione di lasciarne la presa. Anche lei non parlava ma nemmeno sorrideva, non aveva alcuna espressione ad eccezione di un alone di assenza che le costellava il volto quasi come avesse rinunciato ad esprimere qualunque emozione, semplicemente aveva il viso ritto davanti a sé come se niente al mondo possedesse più alcuna importanza. Fu allora che mi accorsi che aveva le palpebre cucite da un filo nero di seta a serrarne irrimediabilmente lo sguardo. Le sorridesti quasi come se la conoscessi e poi le prendesti l’altra mano come a farti riconoscere a tua volta, come a testimoniarle non solo la vicinanza ma una complicità che non dimentica, una cognizione ed una consapevolezza più forti di ogni fortuna che avesse provato ad allontanarvi. Gliela tenesti per qualche momento guardandola con espressione serena e tradendo una sorta di di familiarità, quasi di fratellanza che provocò in me un moto di invidia e profondo stupore.
In quell’istante mi accorsi che quella spiaggia, quel bosco, tu, la ragazza dagli occhi cuciti avevate un unico significato, qualcosa che ne certificava la stessa reciproca natura, un unico filo che vi teneva insieme proprio come quello che sbarrava gli occhi di quella giovane donna. Ce ne andammo poco dopo senza che tu mi parlassi di lei e senza che io a mia volta ti chiedessi alcunché. Quello che provai fu solitudine, una solitudine differente dalla spiaggia che spesso visitavo perché non era cercata e perché per la prima volta ne intravidi il volto privato, la sembianza dolente e distorta della sua schiena ricurva su di me. Era emarginazione, era esclusione che ghermiva il mio saperti accanto nel bene ma non nel male che faceva capolino sulla mia bolla delineandone abilmente le crepe sulla sua esile superficie.
Quella notte sognai di te due volte. Eravamo sul balcone di casa tua affacciati di fronte ad un albero di ciliegio dai frutti rossi e rigogliosi, protendevo le braccia per raccoglierli e tu accanto a me facevi altrettanto ma chissà perché non riuscivi. Allungavi la mano con tutte le tue forze ma non arrivavi mai a raccoglierne i suoi doni nonostante i tuoi sforzi e nonostante ricordo bene, avevi braccia lunghe.
Nel secondo sogno dormivi a letto accanto a me, apristi gli occhi e mi guardasti in una specie di dormiveglia, poi ti voltasti dall’altra parte lasciandoti andare sul pavimento e passando da sotto il letto venisti dalla mia parte e mi guardasti da terra con uno sguardo mancante o forse no, forse era distante. Posato su altri luoghi che non avrei mai visto. Altri boschi, ponti, promontori, spiagge serotine di cui mai avrei provato la frescura delle loro sabbie.
Passammo ancora giorni e mesi fatti di ragioni chiare. Eravamo nella parola dell’altro, come incastonati in un linguaggio che spiegava la sua indicibile litania sopra al nostro compenetrarci. Da te imparai a riconoscere il profumo dei tigli da lontano e le fragole selvatiche che tanto ti piacevano. A fare discorsi che non appassivano all’alba. A distinguere la fiaba dalla favola. Ad ascoltare il lieve fruscio della vita che mi prendeva la mano e che presto me l’avrebbe lasciata come facesti tu con la ragazza senza sguardo.
Mi svegliai una mattina presto, non c’eri. Ti cercai in spiaggia e ti trovai lì seduta che giochicchiavi con dei sassolini. Mi stavi aspettando e col tono di chi aveva preso oramai da tempo una decisione mi dicesti che te ne saresti andata e che eri stanca di sopportare tutto questo e che non volevi più sostenere il male che ti circondava e che non era libertà quella di vivere coi giorni sicuri soltanto alle spalle.
Non bastava più la buona fede di chi ha il coraggio di sorreggerne le sorti per rendere il mondo migliore e nemmeno la speranza, per chi come te aveva sempre avuto l’ambizione di non cadere mai fra coloro che dei destini del pianeta ne facevano una sarabanda di sordide ed inutili discussioni.
Mi rivelasti che quella ragazza si era cucita gli occhi come estrema forma di protesta perché oramai non vedeva davanti a sé più nessun futuro se non quello di un mondo prigioniero ed esibito nell’ombra di un presente sempre peggiore, l’ombra di un presente che ci raduna tutti e che ci rende indifferenti l’un l’altro.
Posso solo parlare la lingua morta del ricordo, la stessa con la quale scrivo di te. Posso dire ancora che la bellezza che ricerchiamo continuamente non deve necessariamente essere vera per desiderarla e che arriva un tempo in cui le cose accadono senza più scuse come in tarda estate, quando quel glicine è diventato la porta del tuo lutto per quella natura sempre più confinata, stordita, spaventata. Ossessivamente e continuamente esibita dai tuoi simili come una spoglia senza nemmeno più un nome.
Posso dire e raccontare della tua ambizione di sopravvivere o meglio di non morire che si è fermata a quel punto del mattino.
Prendesti le tue cose, poche inutili ed indispensabili allo stesso tempo. Ti accompagnai all’entrata di una metropolitana, avevi stabilito che saresti andata a vivere lì sotto tra i reietti e gli ultimi che beati loro dicevi, non avevano più nulla da perseguire. Obbiettai timidamente e senza alcuna speranza che lì sotto non c’era nemmeno un cielo da ammirare, la tua risposta fu che non era vero, che era solo un cielo diverso.
Quello che seppi di te era che a stento ti guadagnavi da vivere dando notizie di poco conto per pochi spiccioli a qualche cronista locale che si avventurava lì sotto per sapere cosa succedeva.
Sei morta due anni dopo di una febbre che non ho mai conosciuto.

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