Frammenti di un discorso amoroso

Roland Barthes,semiologo critico letterario e saggista appartenente a tutto tondo all’orientamento strutturalista soprattutto nel campo della critica letteraria.
Ha scritto nella sua carriera numerosi saggi critici tra cui una opera che ritengo di una bellezza estrema e che tuttora considero come un grande insegnamento nella mia educazione sentimentale e che in molti dovrebbero leggere e cercare di comprendere.
Sto parlando di “Frammenti di un discorso amoroso” un saggio di una bellezza assoluta scritto nel 1977 e che a detta dello stesso Barthes è:

«un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico,
bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola:
la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente,
di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla. »

Nel saggio il semiologo distingue l’immagine dall’immaginario e cioè la distinzione fra l’amato/a e l’amore asserendo che si ama più l’amore che l’amato stesso individuando come conseguenza la “fertilità” dell’attesa dell’amato e della sua assenza.
Mi fa pensare a Lacan e la sua concezione di desiderio secondo cui noi desiderando di amare una persona non facciamo altro che sostituire come oggetto del desiderio qualcosa che è assolutamente irraggiungibile ed inesistente (il paradiso) con qualcosa di tangibile ed a portata di mano e di sensi.
Barthes fra le tante meraviglie del suo saggio ne spiega la realizzazione con queste sue parole:

«La necessità di questo libro sta nella seguente considerazione:
il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine.[…]
Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il Luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione. Questa affermazione è in definitiva l’argomento del libro che qui ha inizio.»

E’il luogo in cui il “desiderante” si ostina ad affermare l’amore nonostante tutto,in cui viene fatta la vana ricerca di un appagamento impossibile,in cui si sente posseduto dal “demone del linguaggio” e dall’estremo desiderio del “voler capire”.Tutto ciò porta ad una riduzione del senso di realtà delle cose (distinzione fra realtà e reale intendendo il reale come grado superiore di visione del mondo rispetto alla realtà).
In questo modo (ed in questo luogo) l’innamorato si autoesilia dalla realtà vivendo in una sorta di finzione (il Luogo appunto) nel quale succede una “caduta dentro se stessi” fatta di “io ti amo” ,lettere,ricordi,rimpianti,scenate ecc…
Questi sono i “frammenti del discorso amoroso” in cui il linguaggio (inteso non come esclusivamente scritto ma inteso come l’insieme degli accadimenti nel Luogo) ha perso il suo “oggetto” (l’amato/a) mostrandosi in tal modo “potente ed eccessivo”.
Barthes,da semiologo,ne osserva gli effetti:

«voler scrivere l’amore significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo […] e povero»

Perchè tentare di delimitare (col linguaggio) qualcosa che è illimitato (l’amore) porta appunto a quell’autoesilio citato prima,ad una estrema solitudine,a quel Luogo che rende confusi ed incapaci di vedere la realtà ed il reale.
Perchè il discorso dell’amore è “un discorso impossibile” e nell’impossibilità l’oggetto amato diventa “inafferrabile”.
Ma tutto ciò,questa “inafferrabilità” è insopportabile per l’innamorato (il desiderante) che cerca di allontanare questa insopportabilità attraverso il linguaggio con tutto quello che ne consegue.
E’ qui che interviene ancora Barthes con la saggezza orientale rispondendo a chi cerca la verità con un semplice quanto profondo “si”.

Citazioni da “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes:

“Io desidero il mio desiderio, e l’essere amato non è altro che il suo accessorio”

“Qualsiasi altro desiderio che non sia il mio non è forse folle?”

“Nel languore amoroso qualcosa se ne va, senza fine; è come se il desiderio non fosse nient’altro che questa emorragia. La fatica amorosa è questo: una fame amorosa che non viene saziata, un amore che rimane aperto.”

“Nell’amorosa quiete delle tue braccia”

Infine:
Tratto dal secondo frammento del discorso amoroso

“E la notte rischiarava la notte”

1. Io avverto in me, volta a volta, due notti, una buona e l’altra no. Per esprimere questo, mi servo di una distinzione mistica: estar a oscuras (essere nell’oscurità) può verificarsi, senza che vi sia colpa, perché sono privato della luce che illumina le cause e i fini; estar en tinieblas (essere nelle tenebre) mi accade invece quando sono acciecato dall’attaccamento alle cose e dal disordine che ne deriva.
Il più delle volte, mi trovo ad essere nell’oscurità del mio stesso desiderio; io non so che cosa vuole, lo stesso bene risulta essere per me un male, tutto si ripercuote, io vivo a sussulti: estoy en tinieblas. Ma altre volte si tratta di una Notte diversa: solo, in posizione meditativa (che sia un ruolo che io mi scelgo?) penso all’altro con calma, lo guardo così com’è; tralascio ogni interpretazione; entro nella notte del non-senso; il desiderio continua a vibrare (l’oscurità è transluminosa), ma io non voglio cogliere niente; è la Notte del non-profitto, del dispendio sottile, invisibile; estoy a oscuras: io sono lì, seduto semplicemente e tranquillamente nell’interno nero dell’amore.

2. La seconda notte avvolge la prima, l’Oscurità illumina la Tenebra: “E la notte era oscura ed essa rischiarava la notte”. Io non cerco di uscire dall’impasse amorosa facendo ricorso alla Decisione, all’Autorevolezza, alla Separazione, all’Oblazione ecc., in poche parole ricorrendo al gesto. Io sostituisco solamente una notte all’altra. “Oscurare questa oscurità, ecco la porta di tutte le meraviglie”.

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