“Nu shu” ovvero l’alfabeto segreto delle donne

Davanti ad un pozzo non si muore di sete. Quando si è con le sorelle non c’è posto per la disperazione“.
Antico detto cinese che descrive meravigliosamente la forza di quelle donne che durante la Cina feudale in una società fortemente votata al maschilismo ed all’interno della quale era proibita alle donne una formale educazione,inventarono una lingua tutta loro. Lo fecero per sopravvivere,per sentirsi meno sole,per dire ciò che era loro proibito dire.
Succedeva che quando gli uomini erano lontani a lavorare nei campi e le donne restavano da sole in casa a cucire e pulire,solitamente cantavano e si raccontavano storie l’un l’altra,poi le trascrivevano su pezzi di stoffa o fazzoletti,sui loro ventagli o sui vestiti e negli addobbi dei loro miseri abiti attraverso i segni di una lingua segreta e sconosciuta agli uomini.
Un mondo ancorchè una lingua,uno spazio precluso agli uomini e di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza fino a quando negli anni 60 dello scorso secolo un’anziana donna fu soccorsa in una stazione ferroviaria in seguito ad un malore. Al momento di identificarla le scoprirono un fazzoletto nella tasca con dei ricami in un idioma sconosciuto. Erano gli anni della Rivoluzione Culturale e del sospetto contro chiunque non ne faceva parte. La polizia pensando fosse un codice cifrato ci mise pochissimo ad arrestare la donna per sospetto spionaggio. Furono interpellati i migliori esperti del paese per decifrare quei segni e solo negli anni 80 fu finalmente svelato il loro significato, era il Nu Shu,ovvero “scrittura delle donne” .
Serviva ad unirle in una speciale “sorellanza”,spesso più forte persino dei vincoli di sangue. Per condividere tra loro il dolore della repressione e della sottomissione agli uomini,che molto spesso subivano dal padre e poi dal marito una volta sposate con nozze combinate. A tal proposito alle spose veniva dato,interamente tessuto a mano,il cosiddetto “Libro del terzo giorno” una raccolta di poesie e canzoni che le donne del villaggio usavano donare alle giovani spose per alleviare la solitudine e la lontananza dalle sorelle e dal loro villaggio d’origine.
Il Nu Shu era la lingua della libertà e delle emozioni più profonde,era una esortazione alla vita ed al coraggio. Un modo per aggirare quell’obbligo del silenzio che veniva loro imposto,il simbolo dell’indipendenza femminile,il loro canto delle pene e delle gioie.
Unico caso,nell’umanità,di una vera e propria lingua di genere. Ideata da chi non possedeva altro che il coraggio di sopravvivere.

Lamento di donna indirizzato alle “sorelle” per condividere con loro un frammento della durissima quotidianità:

Alle donne che hanno un marito l’acqua del pozzo arriva.
Io non ho marito e il mio riso muore.
Da tempo mi alzo di primo mattino per andare nei campi e strappare le erbacce.
Ho imparato a spargere la cenere a mezzogiorno prima che sia troppo tardi
lavoro tutto il giorno con la zappa divento triste e triste piango.
Vado per strade in salita dall’occhio sgorgano lacrime che volano
lacrime che dagli occhi scorrono in alto verso la pioggia e mi torcono lo
sguardo.
Il vestito davanti si riempie d’acqua che scroscia e inzuppa
Sono l’uccello solo che vola nel cielo e non vede più la faccia del compagno.
Mio marito è nell’esercito, non lo vedrò più tornare.

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