L’inviolabilità

Posto l’inizio del primo capitolo dell’unico romanzo che scriverò in questa vita. Il titolo è “L’inviolabilità”. Se qualche dolce bestia o qualsivoglia creatura incrociasse questo cammino e volesse conoscerne le vicissitudini me lo faccia sapere ed aggiornerò questo post.

“I giorni più grandi della nostra vita sono quelli in cui abbiamo finalmente il coraggio di affermare che il male che portiamo in noi è il meglio di noi stessi”
Friedrich Wilhelm Nietzsche

Rock di notte

“Si dice che il tempo non abbia figli e che siamo solamente il prodotto delle occasioni, che si viva ognuno per scene diverse, vagando di vedetta in vedetta…”
C’era scritto questo sul biglietto che Bellinverno ripose in tasca mentre non riusciva a distrarsi da quell’idea fissa che gli circolava dentro come sangue nelle vene ad ogni ora del giorno. Era seduto su una panchina guardando le navi che arrivavano in porto, si chiedeva da dove venissero e da quanto viaggiavano e perché sembrassero così lente. In realtà i suoi pensieri ondeggiavano proprio come quelle navi ma al contrario di esse non avevano un porto, nessun ormeggio al quale tenerli fermi.
Si alzò senza guardarsi intorno sapendo che sarebbe andato lì dove l’idea lo avrebbe condotto, sapendo che ne avrebbe assecondato l’ineluttabile volontà e chiedendosi se non stesse per caso confondendo l’idea con l’istinto, se andare a trovare ancora una volta Arabella non fosse altro che una resa, un incondizionato abbandono ad una debolezza che come un chiavistello gli teneva il cuore sbarrato rendendolo incapace di dominarlo.
Aveva percorso la strada di casa di Arabella migliaia di volte, l’aveva amata per tre anni di quell’amore lieve che quando viene a mancare sul momento non lascia traccia ma che col passare del tempo ti piega in due, ma senza spezzarti perché se ti spezzi non resta più nulla da piegare.
Arabella era di una famiglia facoltosa, aveva occhi piccoli e penetranti, un corpo magro e sinuoso che guardava distrattamente. Si preoccupava più che altro di ciò che le stava intorno, adorava la musica e gli esseri umani, aveva modi dolci e cortesi che mettevano a proprio agio. Spesso se ne stava alla finestra soprattutto di sera ad osservare la gente che passava giù nella strada.
Fin da bambina era colpita da quella varia umanità che sfiorava altra umanità, pur senza mai incontrarsi. L’uomo col cappello, la donna col cane, la ragazza gioiosa, il bambino che guarda il cane, il cane che annusa la ragazza gioiosa, la ragazza gioiosa che osserva il cappello, l’uomo col cappello che guarda il bambino. Poteva invertire i soggetti e gli oggetti ma l’umanità restava la stessa e lei di fronte a questo pensiero restava invariabilmente meravigliata ed incredula.
Il suo rango le permetteva di pensare soprattutto alle sue passioni, viveva la musica come qualcosa di viscerale, come qualcosa che costituiva il suo stesso essere e mai e poi mai ci avrebbe rinunciato. Suonava il contrabbasso in un ensemble che faceva musica jazz, lo faceva nelle cantine, nei locali, alle radio ed in qualsiasi luogo che le permetteva di vivere le intense emozioni che la musica le donava. Era molto spesso in giro e di rado la si vedeva ferma a non far nulla. L’immobilità non era contemplata nel suo modo di vivere. Forse era per questo che Bellinverno ne fu attratto. Una donna perfettamente in antitesi col suo eterno osservare. Lui che non entrava mai fisicamente nelle situazioni ma le viveva da lontano quasi come se non ne avesse bisogno o forse era semplicemente troppo sensibile e timoroso per viverle dal di dentro.
Entrò nel grande atrio di casa sua al centro del quale vi era una larga scala che portava ai piani superiori. Erano state apposte ghirlande all’ingresso e un tappeto rosso lungo gli scalini. Era quello un giorno particolare e denso di significati, Bellinverno lo sapeva bene.
Arabella gli venne incontro a metà scalinata, non era felice di vederlo benché avesse pensato a lui quel periodo:
“Non puoi venire qui lo sai,durante gli esercizi non posso assolutamente incontrare nessuno e men che meno oggi….”
“Volevo solo sapere come stai, ma sei veramente convinta di farlo?”
Arabella accennò un sorriso benevolo “Me lo hai chiesto mille volte, si voglio farlo”
“Ma c’è il rischio che tu non mi riconosca più, come puoi accettare una cosa del genere?”
Stringeva le mani nelle tasche mentre pronunciava quelle parole. Ne comprendeva l’inutilità. Parole talmente inutili da rendere evidente l’amara consapevolezza che in realtà erano rivolte esclusivamente a se stesso. Arabella oramai era lontana, gli ultimi esercizi l’avevano ulteriormente eallontanata dal suo mondo, dai suoi occhi,dalla sua voce,dal suo modo di vedere la vita.
“Scollegare l’odio” veniva chiamata quella pratica. Potevano permettersela solo i ricchi. Una pratica che portava all’esclusione di qualsiasi forte emozione negativa o positiva che fosse. Cancellava di fatto la capacità di provare le grandi gioie e le profonde tristezze. Niente più momenti di forte appagamento né grossi afflizioni ma solo un pacato ed ovattato stato di benessere che non influenza e non nuoce all’equilibrio di chi sta intorno ed a quello di una società sempre più sull’orlo di un disastroso fallimento. Terrorizzata dall’idea di non poter più bastare a se stessa e per questo pronta a recriminare contro chiunque e contro tutto ciò che potesse disturbarne la lenta ed inesorabile discesa dentro il baratro dell’indifferenza.Nulla che possa incresparne le onde e rendere instabile ciò che è già instabile.
“Stabilità” era la parola d’ordine, periodicamente si veniva sottoposti ad un esame emozionale che consisteva nel fare uno scandaglio della memoria profonda, nello scovare i sogni più intimi ed esaminare tutte le interazioni chimiche accadute nella mente. Alla fine dell’esame si otteneva un numero che doveva essere compreso in un range prestabilito. Se ciò non accadeva, si veniva sottoposti ad un periodo di rieducazione emozionale a base di sogni indotti e memorie modificate.
Da quando la rivoluzione della Stabilità aveva avuto inizio la stragrande maggioranza della popolazione era stata emozionalmente censita scandagliata e corretta. Di conseguenza da circa tre generazioni l’amore era diventato un sentimento desueto. Ricordato lontanamente solo dai più anziani, e chi non era ancora stato scandagliato e corretto non sapeva più bene cosa fosse e la cosa che più gli si avvicinava era fare sesso, un sesso separato ed avulso da qualsiasi forma d’amore.
Poche persone mancavano ancora all’appello, Bellinverno era una di queste. Tra un sotterfugio e l’altro era sempre riuscito grazie al suo lavoro di rimediante ad eludere i controlli, ma sapeva che presto sarebbe toccato anche a lui ed il pensiero che una mano invisibile sarebbe presto calata dentro le sue paure, le sue felicità, i suoi momenti più intimi lo terrorizzava. Provava angoscia al solo pensiero che qualcuno avrebbe saputo, al di là della sua volontà, quanto aveva riso quanto aveva pianto o semplicemente quanto aveva camminato o aveva corso fino a quel momento della sua vita.
E poi la rieducazione, l’induzione di sogni che non aveva mai fatto e che non gli appartenevano. Sensazioni che non aveva mai cercato né voluto. Una vera e propria appropriazione indebita dell’anima.

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Il dolore perfetto – Ugo Riccarelli

“Il dolore perfetto” un racconto di Ugo Riccarelli, vincitore del Premio Strega 2004. Un libro che ho assaporato pagina per pagina e di cui mi è rimasto il retrogusto di un ricordo dolce ed indelebile.
Storia di due famiglie i cui destini si intrecciano sullo sfondo delle lotte sociali, i conflitti e le trasformazioni di un’epoca, quella di fine ‘800, che avranno come sbocco la seconda guerra mondiale.
Uno stile di scrittura che mi ricorda da vicino il realismo magico di
Gabriel García Márquez. Posto l’incantevole prologo, buona lettura.

” Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciòlo del giardino, l’Annina emerse dall’ombra in cui la sua mente si era nascosta da molti anni e, all’improvviso, in quei brevi istanti che la morte le concesse, come se fosse in volo rivide la casa col pino e la Mena che pregava appoggiata a un angolo della madia, e di fronte alla Mena vide sua madre partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto, e solo alla fine, quasi spiando, scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso e gonfio dallo sforzo, e sentì per l’ultima volta l’odore di viole del suo fratello gemello che da dentro la pancia la spingeva nel mondo.
Fu come un lampo, uno starnuto di una forza così intensa che l’Annina si dovette appoggiare con tutte e due le mani al nocciòlo per non cadere, e il suo ultimo respiro le uscì in una voce flebile, quasi un sussurro.
<<Ma guarda…>> disse, sorpresa da quello spettacolo stupefacente.
Poi lasciò che un sorriso le ammorbidisse la bocca, scivolò lentamente verso la base del tronco, e là si fermò per sempre.”

I see a darkness

Bonnie Prince Billy (al secolo Will Oldham), incise nel 1999 un album meraviglioso “I see a darkness” . Posto e condivido con chiunque voglia leggere, la traduzione del testo dello splendido pezzo omonimo.
Chi avrà voglia potrà ascoltare il link in calce.

I see a darkness

“Beh, sei mio amico

E riesci ad accorgertene

Tante volte siamo usciti a bere

Tante volte abbiamo condiviso i nostri pensieri

Ma ti sei mai… ti sei mai accorto

Dei pensieri che faccio?

Beh, sai che provo amore

Amore per tutti quelli che conosco

E sai che ho una voglia

Di vita, che mai lascerò

Ma non ti accorgi che il suo opposto

A volte cresce in me?

Che questa orribile imposizione

Mi ottenebra la mente?

E poi vedo un’oscurità

E poi vedo un’oscurità

E poi vedo un’oscurità

E poi vedo un’oscurità

Sapevi quanto ti voglio bene?

É una speranza che in qualche modo tu

Possa salvarmi da quest’oscurità

Io spero che un giorno amico mio

Troveremo la pace nella nostra vita

Insieme o separati

Da soli o con le nostre mogli

Sapevi quanto ti voglio bene?

E’ una speranza che in qualche modo tu

possa salvarmi dall’oscurità “





Il Piacere

Nella parte prima del romanzo di D’Annunzio viene rievocata la storia d’amore e la passione fra Andrea Sperelli, nobile romano, esteta e uomo d’arte, di origini abruzzesi (come D’Annunzio) e la nobildonna la duchessa Elena Muti. Sullo sfondo di una Roma di una bellezza mistica ed incantevole ma decadente allo stesso tempo.
Riporto un stralcio, assolutamente straordinario, in cui viene descritta la femminile e sensuale bellezza della duchessa, colei che sottomise “l’uomo di mondo” Andrea Sperelli.

” Ci sono bocche di donne le quali paiono accendere d’amore il respiro che le apre. Le invermigli un sangue ricco più d’una porpora o le geli un pallor d’agonia, le illumini la bontà d’un consenso o le oscuri un’ombra di disdegno, le dischiuda il piacere o le torca la sofferenza, portano sempre in loro un enigma che turba gli uomini intellettuali e li attira e li captiva. Un’assidua discordia tra l’espression delle labbra e quella degli occhi genera il mistero; per che un’anima duplice vi si riveli con diversa bellezza, lieta e triste, gelida e passionata, crudele e misericorde, umile e orgogliosa, ridente e irridente; e l’ambiguità suscita l’inquietudine nello spirito che si compiace delle cose oscure. Due quattrocentisti meditativi, perseguitori infaticabili d’un Ideale raro e superno, psicologi acutissimi a cui si debbon forse le più sottili analisi della fisionomia umana, immersi di continuo nello studio e nella ricerca delle difficoltà più ardue e de’ segreti più occulti, il Botticelli e il Vinci, compresero e resero per vario modo nell’arte loro tutta l’indefinibile seduzione di tali bocche.
Ne’ baci d’Elena era, in verità, per l’amato, l’elisir sublimissimo. Di tutte le mescolanze carnali quella pareva loro la più completa, la più appagante. Credevano, talvolta, che il vivo fiore delle loro anime si disfacesse premuto dalle labbra, spargendo un succo di delizie per ogni vena insino al cuore; e, talvolta, avevano al cuore la sensazione illusoria come d’un frutto molle e roscido che vi si sciogliesse. Tanto era la congiunzion perfetta, che l’una forma sembrava il natural complemento dell’altra. Per prolungare il sorso, contenevano il respiro finché non si sentivan morire d’ambascia, mentre le mani dell’una tremavan su le tempie dell’altro smarritamente. Un bacio li prostrava più d’un amplesso. Distaccati, si guardavano, con gli occhi fluttuanti in una nebbia torbida. Ed ella diceva, con voce un po’ roca, senza sorridere: – Moriremo. “

“Il Piacere” di Gabriele D’Annunzio, 1889.

Due poesie

Due poesie tra quelle che preferisco di due premi Nobel per la letteratura.
La prima di Seamus Heaney, poeta irlandese Nobel nel 1995.
La seconda di Tomas Tranströmer scrittore svedese, Nobel 2011.

Un bastone di nocciolo per Catherine Ann

La madreperla viva di un salmone

appena affiorato dall’acqua

è sparita in un attimo, ma il tuo ramo

mantiene l’argento-salmone.

Stagionato e flessuoso,

convince la mano

che ciò che hai lo tieni

per giocare e fare le pose

e brandirlo in giro.

Ma poi può anche rimandare a una mandria

e allo schizzare e al battere

contro le sbarre di un cancello—

lo stesso ramo che potremmo tagliare

dal tuo albero genealogico.

Il cobalto vivo di una libellula

pomeridiana mi ha sùbito guidato lo sguardo

e la sera che l’ho spuntato per te

hai visto la tua prima lucciola—

siamo rimasti tutti in silenzio, persino tu

così gigantesca da oscurare il cielo

ad una lucciola.

E quando ho scostato l’erba

una minuscola tana luminosa ha acceso l’occhio

sulla punta tonda e smussata del tuo bastone


Marzo ’79


Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
Mi recai sull’isola innevata.
Non ha parole la natura selvaggia.
Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
Linguaggio non parole.








Vecchio Vademecum per non essere una scimmia (nemmeno per un giorno)

1994 chiamata per il militare, mi informo con amici più grandi su come comportarmi una volta giunto in caserma, mi dicono che la caserma dove verrò spedito ha fama di nonnismo. Che i nuovi arrivati vengono chiamati “scimmie” o “rane”. Gli amici mi dicono di sottostare bonariamente a qualche scherzetto che mi verrà fatto, di far passare le prime settimane standomene tranquillo e sottomesso a qualche piccola angheria che potrei subire che “tanto poi il tempo passa ed arriverà il giorno in cui non sarai più una scimmia perché arriveranno gli altri scaglioni”
Ci pensavo e mi scervellavo su questa cosa, non perché avessi paura di essere trattato male o chissà quale timore. Quello che occupava i miei pensieri era trovare il modo di non essere scimmia nemmeno per un giorno.
Così una mattina mi sveglio, vado a trovare G. che all’epoca aveva il fratello che viveva a Londra e con il quale intratteneva un’amabile corrispondenza di francobolli intinti nell’lsd. Gli chiedo gentilmente di fornirmene setto/otto in quanto essendo in partenza per il “militare” mi avrebbe senz’altro fatto bene qualche momento ricreativo. G. ragazzo di grandi valori e di buon cuore, in capo a pochi giorni mi fece contento e soddisfatto. Così potei partire appagato e fiducioso per la mia destinazione deciso a non essere scimmia nemmeno per un giorno!
La caserma era enorme, punteggiata da grossi caseggiati che costituivano le cosiddette “compagnie” dove all’interno si trovavano letti a castello stile ospedali da Grande Guerra e degli allegri cessi costituiti da una turca. Non appena arrivati ci diedero una infarinata di quello che sarebbe stata la nostra quotidianità, ci mostrarono gli ambienti, si informarono delle nostre mansioni nella vita civile. Durante la notte notai quella che era la maggiore nota di folklore del luogo, una moltitudine di scarafaggi che a notte fonda sostavano innumerevoli sul pavimento ed intorno ai letti inibendo all’esterrefatto spettatore qualsiasi desiderio di scendere dal giaciglio per andare al cesso, anche perché sarebbe stato impossibile farlo senza spiaccicarne qualche decina, e che ancor prima dell’alba si ritiravano lì da dove erano venuti.
Al mattino non appena ebbi un momento libero me ne andai a zonzo per la caserma, noto due ragazzi che chiaramente erano lì da più tempo di me. Erano seduti su un muretto a fumare, uno era abbastanza in carne, carnagione scura ed aria da bonaccione, l’altro era il classico belloccio rubacuori biondo occhi azzurri e sguardo da far innamorare qualunque ragazzina che non avesse finito le superiori. L’atteggiamento menefreghista di entrambi mi incoraggiò ad avvicinarli e così con la scusa di farmi accendere una sigaretta attaccai bottone chiedendo se ci fosse qualcuno in giro che avesse dell’erba, così tanto per tastare il terreno. Mi risposero che no, non c’era nessuno ed anche fuori quando si era in libera uscita era alquanto difficile trovarne. Bingo! Sfoderando la mia cultura sulla psichedelìa unita a qualche ingegnosa cazzata visionaria feci loro presente che ci sarebbe stata la possibilità di farsi “un trip” in compagnia, li trattenni per un bel po’ ed una volta finito di parlare iniziarono a discutere a voce alta fra loro, il biondo sosteneva che la mia era “vera cultura” l’altro controbatteva dicendo che erano “discorsi da tossico” fatto sta che mi diedero appuntamento verso sera presso la loro compagnia, quella degli anziani. Mi feci trovare lì davanti dopo aver studiato nei minimi dettagli la migliore espressione disinteressata che conoscevo e devo ammettere che a distanza di tanti anni non sono mai riuscito a fare di meglio. Sbucarono fuori dalla compagnia e ci allontanammo in un posto un po’ più appartato alchè tirai fuori un bel francobollino colorato e glielo regalai con la raccomandazione di dividerlo a metà per ciascuno. Se ne andarono soddisfatti ma anche pensierosi, ringraziandomi e dicendomi che ci saremmo rivisti l’indomani.
Passa la notte, letti a castello stile Grande Guerra, gli allegri cessi con la turca, le blatte, migliaia, che invadono il pavimento. Arriva il giorno dopo, primo alzabandiera, prime esercitazioni, arriva mezzogiorno, il momento della mensa, il momento in cui chi è scimmia fa la fila in fondo ed aspetta per mangiare mentre gli anziani ti passano davanti senza guardarti nemmeno in faccia che tanto tra loro si conoscono. Mi metto in fila in fondo, gli anziani mi oltrepassano senza fare caso a me, loro non fanno la fila, passano e basta, vanno davanti e si servono prima, quando i pasti sono ancora belli caldi. Ho le braccia conserte, fa un po’ freddo, mi guardo intorno. Aspetto un turno che non arriva mai, altri anziani arrivano. Aspetto ancora. Poi finalmente eccoli. Il biondo ed il bruno.
“Hey ciao! bel trip sai? Ne hai degli altri?”
“Ehilà! Mi fa piacere! Certo che ne ho, ma non voglio mica soldi, divido volentieri…”
Stringo loro la mano come si fa tra vecchi amici, mi prendono con loro, andiamo avanti nella fila come se stessimo sfrecciando sulla corsia d’emergenza di una tangenziale intasata all’ora di punta. Ci sistemiamo praticamente dietro ad uno che era un armadio a due ante, faceva l’autista. Mi guarda e mi dice:
” Vai dietro scimmia”
“Sta con noi” risponde il biondo, l’armadio si volta dall’altra parte come se niente fosse.
Non sono stato una scimmia nemmeno per un giorno.

PS: non ho mai preso LSD in vita mia (ho fatto male?) regalai loro piccoli pezzettini e feci il modo di farmeli bastare finché non si congedarono e non arrivò l’altro scaglione.

Creatura del mio cammino

Qualche giorno fa, discutendo dei nostri cani con una persona a me molto cara mi disse pressappoco questo “Quando la mia se ne andrà poco prima che succeda prenderò un altro cane…” lasciando ad intendere che non avrebbe sopportato il dolore, l’immenso vuoto e la profonda solitudine che la sua amatissima creatura con lei fin da cucciola, avrebbe lasciato nella sua vita.
Le sue parole mi hanno fatto venire alla mente una poesia che lessi tanti anni fa intitolata “L’albero degli amici” di Jorge Luis Borges, o di un Anonimo, non si sa.
Parafrasando l’incipit di quella incantevole poesia voglio dirti questo, persona cara. Nella nostra vita esistono creature che ci rendono felici per il semplice fatto di avere incrociato casualmente il nostro cammino, alcune di loro percorrono quel cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare. Ci sostengono nei momenti bui e ci aiutano a percorrere semplicemente con la loro presenza certi tratti ripidi, scoscesi e accidentati, che altrimenti da soli forse non riusciremmo ad attraversare.
Con quella creatura dividiamo e condividiamo il nostro spazio ed a volte ci mostra attraverso la sua innocente natura, il volto sorridente della vita.
Sta al nostro fianco semplicemente perché ha scelto di farlo, incondizionatamente. Sappiamo che non ci tradirà mai e che nulla al mondo potrà mai cambiare l’amore che ha per noi.
Questa creatura giunta ad un certo punto del nostro cammino decide di lasciarci, di farci proseguire da soli la nostra strada. Solitamente succede nel momento esatto in cui un leggerissimo alito di vento muove appena le foglie di quell’albero che ci sta vicino, ci distraiamo per un breve attimo a scorgere quel lieve movimento e poi rivolgendo nuovamente l’attenzione a chi ci sta accanto ci accorgiamo che non c’è più.
Non possiamo fare nulla per riaverla accanto a noi, non possiamo cercarla, non possiamo nemmeno fermarci a scrutare le lontananze che ci circondano nel tentativo di vederla correre là intorno e chissà dove. Possiamo solo proseguire lasciando indietro tutto ciò che è stato fino a quel momento.
Persona cara, so bene che è un dolore lancinante, inesprimibile, incontenibile. E che non c’è cellula del nostro corpo, che non soffra insieme alla nostra anima. Comprendo che non ci sono momenti di tregua da quel dolore, permane un’assenza totale di una seppur breve soluzione di continuità da quella sofferenza.
Quel che mi chiedo e ti chiedo, perché portare al nostro fianco un’altra creatura proprio nel momento della perdita. Il suo compito non è quello di alleviare i nostri dolori, di mitigare la nostra solitudine.
Non ha un compito, ecco la verità. E non è giusto darglielo, non è giusto caricare quella esistenza della grande responsabilità di blandire la nostra sofferenza. Il tuo cane venendo al mondo ti ha scelta, inconsapevolmente, lo ha fatto col suo mucchio di peli e le sue orecchie che ancora dovevano alzarsi, ti guardava spaesata assolutamente ignara di dove fosse e di chi tu fossi. Non aveva un compito preciso e se lo aveva lo avete scelto insieme attraverso la vostra interazione, il vostro rapporto, il vostro appartenervi, il vostro proseguire fianco a fianco.
Lascia che a pensare al tuo dolore siano le persone a te vicine, quelle vere, quelle che ti conoscono. Aspetta pazientemente che passi, che decanti, o che perlomeno impari a convivere con quell’assenza. Aspetta che la creatura che tanto è stata con te, si accucci finalmente serena dentro al tuo cuore pacificato, è il migliore posto che potrai darle. Solo allora sarai pronta per condividere il tuo cammino con un’altra cagnolina che più avanti ti aspetta per trovare il suo posto accanto a te.
E solo allora potrai darle l’amore autentico che anch’essa ti darà, incondizionatamente, e libera da compiti già assegnati, senza essere inficiato dalla nostra incessante ricerca d’amore. Lascia che alla fine di tutto resti la tenerezza.

Lettera d’amore

Cara Solfiore, mi ritrovo mio malgrado a scriverti questa lettera poiché spesso mi tornano alla mente i discorsi che tempo fa facevamo l’un l’altro, soprattutto appena svegli, quando la primavera illuminava la nostra stanza di ragioni chiare.
Ancora adesso ricordo esattamente il momento in cui stropicciandoti gli occhi mi annunciavi senza voltarti, un avvenire che non immaginavo migliore. Eri nelle mie parole e nelle mie letture, nelle mie speranze e in quello che nelle speranze rifiutavo. Eri nei miei ricordi passati e presenti ed in quelli futuri, dentro tutto ciò che del mondo io posso amare e che del mondo non posso amare. Dormivo nei tuoi sogni svegliandomi prima dell’alba per contemplare il profilo del tuo viso nella silenziosa filigrana della prima luce, insieme a quei fiori gialli davanti allo specchio che tanto ti piacevano.
Ti conobbi ad un appuntamento o forse chissà, in uno di quei posti impossibili che mi piaceva frequentare, e fu nel momento in cui sentii la tua voce che riconobbi il rumore della vita che bussava alla mia porta.
Avevi deliziosi occhi scuri che mi piaceva fissare soprattutto quando non mi guardavi, un po’ per imbarazzo un po’ perché era l’unico modo che conoscevo per dirti quanto ti amassi, senza confessartelo, nonostante già ci frequentassimo. Fu tempo dopo, quando ti raccontai queste cose che sorridendo mi dicesti che ero tale e quale all’innamorato di Roland Barthes. Forse è vero Solfiore, è così. Ti ho amata in solitudine, di una solitudine estrema, perché era un sentimento troppo grande da comunicarti, potevo solo favoleggiarlo e racchiuderlo in una nebbia di strane parole di cui mai sarei stato in grado di comprenderne la grammatica.
Forse è per questo che te ne sei andata.
Ripenso alle nostre passeggiate nel bosco, al mio segreto timore di perderti nel fitto di quegli alberi, dicevi che in quell’ora in cui il cielo e la terra si uniscono vengono fuori le creature che lo abitano. Delle volte eri talmente vicina a convincermi che di nascosto solleticavo la mia fantasia fantasticando di una misteriosa lingua che solo tu conoscevi. Era la lingua dei castagni, delle more selvatiche, delle felci, dell’upupa che al tramonto fa ancora i suoi bagni di sole.
Dicono che faccia bene bere un bicchiere d’acqua appena svegli, lo faccio ogni mattina, mi lavo, mi vesto, esco immergendomi nell’indifferente sordo ed informato brusìo della città. Non riesco ad occhieggiare ogni singolo pedone senza pensare di rivederti.

Bellinverno

Ipotetico finale

Lievesommossa pensò a quella volta che Bellinverno, passeggiando insieme nel bosco di castagno, le raccontò di come le aveva maltrattato i suoi galli neri, delle farfalle color sangue che tanto tempo fa lei aveva imbalsamato e che lui teneva nascoste fra i suoi libri. A quando le disse che avrebbe avuto voglia di calpestare le sue ginestre e che sarebbe diventato un verme della risaia piuttosto che cercarle il suo miele.
Pensò poi a quell’esatto istante in cui udite quelle parole, prima i lamponi poi le more e i mirtilli, le noci i funghi le nocciole e le stesse castagne smisero di crescere, e senza voltarsi gli disse “Tutto è bello dentro di te”

Hiroshima mon amour

“Hiroshima non amour” è un film diretto nel 1959 da Alain Resnais in cui si racconta la storia amorosa tra un’attrice francese, giunta in Giappone ad Hiroshima per lavorare ad un film, ed un architetto giapponese.
Tutto sembra promettere l’inizio di una grande storia d’amore ma improvvisamente iniziano ad emergere ed affacciarsi i fantasmi e gli orrori del passato della donna (un amore impossibile tra lei ed un soldato tedesco durante la seconda guerra mondiale, che si conclude con la morte dell’innamorato) Tutto questo si svolge sullo sfondo del dramma della città di Hiroshima che paga le conseguenze della bomba atomica.
Capolavoro assoluto della Nouvelle Vague il film fu sceneggiato dalla scrittrice Marguerite Duras, per il quale fu candidata all’Oscar per la sceneggiatura. Quello che voglio condividere è lo straordinario, meraviglioso monologo iniziale del film.


” Anch’io, come te, ho provato a lottare con tutte le mie forze contro l’oblio. Come te, ho dimenticato. Come te, ho desiderato avere una memoria inconsolabile, una memoria di ombre e di pietra.

Ho lottato da sola, con tutte le mie forze, contro l’orrore di non poter più capire il perché del ricordo. Come te, ho dimenticato…

Perché negare l’evidente necessità della memoria?

…Ascoltami. Io lo so. Tutto ciò si ripeterà.

Duecentomila morti.

Ottantamila feriti.

In nove secondi. Queste cifre sono ufficiali. Tutto ciò si ripeterà.

Ci saranno diecimila gradi sulla terra. Diecimila soli. L’asfalto brucerà.

Un disordine profondo regnerà. Un’intera città sarà sollevata da terra e ricadrà in cenere…

Nuove vegetazioni sorgono dalle sabbie…

…Quattro studenti aspettano insieme una morte fraterna e leggendaria.

I sette bracci della foce a delta del fiume Ota si svuotano e si riempiono alla solita ora., più esattamente, alle solite ore, di un’acqua fresca e pescosa, grigia o blu secondo l’ora o la stagione. La gente non guarderà più, lungo le rive fangose, il risalire lento della marea nei sette bracci della foce a delta del fiume Ota.

Io t’incontro.

Mi ricordo di te.

Chi sei?

Tu mi uccidi.

Tu mi fai del bene.

Come avrei potuto immaginare che questa città era fatta proprio per l’amore?

Come avrei potuto immaginare che il tuo corpo era fatto proprio per il mio?

Tu mi piaci. Che avvenimento. Tu mi piaci.

Che lentezza improvvisa.

Che dolcezza.

Non puoi sapere.

Tu mi uccidi.

Tu mi fai del bene.

Ho ancora tempo.

Ti prego.

Divorami.

Deformami fino alla bruttezza.

Perché non tu?

Perché non tu in questa città e in questa notte tanto simile alle altre al punto da potersi sbagliare?

Ti prego…

La legge del pensiero

Chi non ha nulla offre i propri capelli
te lo leggo a fior di labbra mentre prepari il silenzio a cui ora mi affidi
D’altronde nel gioco delle cose
ci si nasconde anche per essere presenti
Per arrivare fino a sera e dirsi in qualche modo
che i giorni sono così come li ricordiamo
Del mio cuore salveresti la mia buona fede
il mio senso degli avvenimenti che ti mostrava l’altro lato delle cose
Proprio a te, che hai occhi solo per veder bellezza
ma non l’indiscutibile causa dei miei fantasmi
Forse tu Fiorfuoco, non hai bisogno di buone ragioni
per fermarti nel mezzo di una replica
e ad onor del vero all’ombra che ti tiene la mano
e che ti sposa ogni sera
non è mai servita la parola che s’incarna per assistere alle vicende
ai tuoi secolo feriti
al tuo vagare di bestia in bestia
Entrambi fedeli alla legge del pensiero
che ci corregge senza parlare

June of 44

29 Maggio 2018, la sala buia ribolle di consumata attesa, a momenti si respira a fatica, resta lo spazio vitale a rassicurarmi che andrà tutto bene e che respirerò l’aria necessaria per dare fiato alle emozioni che sto per provare. Una muta di cavalli imbizzarriti che stanno per staccarsi dalla carrozza che ancora le imbriglia. Ancora uno strappo e saranno libere di sfrecciare verso l’evento che aspettavo da secoli immensi, impercorribili, inenarrabili, disperati. L’attesa è quasi insopprimibile. Non riesco nemmeno a voltarmi indietro a vedere quanta gente c’è. Fisso il palco, il luccichio immobile della batteria. Mi accompagna il parlottio sordo di chi mi sta intorno. Quel vociare inconsapevole e distratto fa da perfetto contraltare a ciò che mi scalpita dentro. Sudore. Ci siamo.
I June of 44 vengono fuori ed imbracciano gli strumenti. S’alza un boato, alzo i pugni al cielo vibranti di felicità, una felicità che in meno di un secondo si fa beffa di quella maledetta certezza che mi accompagnava da quasi vent’anni e che recitava ogni giorno il suo mantra “non li vedrai mai, scordateli, non li vedrai mai, scordateli, non li vedrai mai, scordateli…”
Sorrido per tutto il tempo, un sorriso pieno, compiaciuto. Abbandonato ad una lieve sfumatura inebetita, inconsapevole e strafottente di cosa accadrà domani. Sono una vittima benedetta del qui e ora e non esiste altro grazie a dio, grazie a me che sono rimasto lo stesso, alla fortuna, alle stelle, alle chitarre, alle sale da concerto, al post rock, a questa sera d’estate, a chi è venuto con me, a chi continuerà a sorridermi, al bene, al male. Alla consapevolezza che potrà succedere ancora e che comunque più bello di così non potrà mai essere.

Grazie di essere tornati June of 44

 

L’argine

Che non si sceglie fior da fiore me lo dicesti per salvarmi

perchè spesso la speranza non riesce a tenere fermi

quando si vive a colpi di vento

Per ricordarmi che il buio al tempo della sera

non è un argine che non parla

e che nè pianto nè quiete stanno mai con chi guarda

Così,perdendoti dall’abbraccio

mi ritrovai d’un fiato al disvelato fronte

e non mi accontentai più della ragione

per potermi donare il privilegio della conseguenza

 

Bellinverno

 

 

 

Hikikomori – Le isole umane

Venni a sapere degli hikikomori verso la fine degli anni 90 leggendo un articolo chissà dove. Mi colpì questa forma di disagio degli adolescenti giapponesi. Isolarsi completamente dal mondo esterno per mesi,a volte per anni,rinchiusi volontariamente,auto confinati nella loro stanza senza nessun contatto con l’esterno tranne la Rete per mezzo della quale poter costruire legami che mettono al riparo da ogni sguardo,che non mette in gioco il proprio corpo,che tiene lontani da ogni confronto. Un legame intimo e disperato quello con la Rete,fonte di una solitudine che genera altra solitudine ma che molto spesso rappresenta l’unico mezzo per entrare in contatto con gli hikikomori,l’unica strada da dove può arrivare la salvezza. Col terapeuta che usa una chat per poter dialogare.
Hikikomori vuol dire letteralmente “isolarsi”,un auto esilio dettato da un grande senso di vergogna che l’hikikomori prova per aspettative di vita disilluse,perchè il confronto con la vita reale rispetto a quello che ci si aspetta è un’altra cosa. Il tutto calato nel contesto di una società,quella giapponese, caratterizzata da un contesto familiare in cui la figura paterna è assente e da una figura materna iperprotettiva e dalla forte pressione che viene esercitata dall’esterno della famiglia,da una società che spinge in maniera forsennata all’autorealizzazione ed al successo personale. Di fronte al crollo di queste aspettative subentra il rifiuto sociale estremo,con tutto quello che ne consegue. Si fa crack…. si diviene un hikikomori.
Si azzera ogni forma sociale compresi i rapporti familiari “Essi sono soliti pranzare e cenare nella propria stanza con un vassoio passato dal genitore attraverso la porta appena socchiusa e si recano in bagno con percorsi che, per tacita intesa familiare, vengono lasciati il più possibile non frequentati. Si interrompe ogni rapporto con il mondo della scuola, dell’università o del lavoro” (U. Mazzone, 2009).
Molto spesso si dorme di giorno e si vive di notte,alcuni escono proprio durante la notte,proprio per non incontrare nessuno,per non sentirsi diversi,per non vergognarsi davanti agli altri.
“Di fronte agli ideali di perfezione che vengono ulteriormente sottolineati dai mass-media il ragazzo fragile, che scarseggia di autostima si sente terribilmente inadeguato. Se l’idealizzazione è troppo elevata infatti non basta più essere carini o un pò sopra le righe, occorre essere perfetti e ogni valutazione che non corrisponde alla perfezione si traduce in bruttezza” (Spiniello, Piotti, Comazzi).
Di fronte a tutto ciò c’è una sola via d’uscita (oltre al suicidio) l’auto esclusione sociale.
Negli ultimi anni sono nate in Giappone delle organizzazioni private che dietro un congruo pagamento e la firma di un contratto da parte di genitori disperati,si incaricano di fare uscire l’hikikomori dalla sua stanza,con le buone o con le cattive. Vengono letteralmente prelevati con la forza e portati in luoghi completamente isolati senza i loro effetti personali,senza il telefono. Tenuti in strutture spoglie e lontani da casa per mesi nell’illusione di far recuperare l’indipendenza ai propri figli.

Cito da http://www.hikikomoriitalia.it/ :

Ho avuto recentemente uno scambio di mail con Vosot Ikeida, membro dello staff di Hikikomori News, il quale mi ha parlato proprio di questo fenomeno. Vi riporto le sue parole:

Si tratta di professionisti che ricevono decine di migliaia di euro da parte delle famiglie di ragazzi hikikomori. Il loro obiettivo è quello di persuadere il ragazzo a uscire dalla stanza e portarlo a frequentare un centro riabilitativo.
Inizialmente usano dei trucchetti psicologici, ma quando questi non funzionano, buttano giù la porta della stanza dove l’hikikomori si è rifugiato e lo portano fuori con la violenza.
I loro centri riabilitativi sono spesso dispersi tra le montagne oppure oltremare, in modo che gli hikikomori non possano scappare facilmente.
Questo business è iniziato circa 10 anni fa e sta crescendo rapidamente. Hanno anche già dei contatti all’estero.”

Già,perché negli ultimi anni il fenomeno hikikomori si sta diffondendo negli Stati Uniti ed in Europa ed al dramma di una solitudine auto imposta si aggiunge una violenza legalizzata a brutalizzare ulteriormente ciò che è già di per sé brutale.

Nico

Poco tempo fa una persona mi chiese cosa sapessi io di Nico e cosa apprezzavo di lei maggiormente. Il mio pensiero fu lesto a riportarmi alla mia adolescenza,a quel dannato vortice di pensieri e sensazioni che l’ hanno costellata e che ben si situano ancora nella mia mente, accendendosi come stelle ogni volta che penso a lei. Si ,ho amato Nico, così come un adolescente ama i suoi idoli.
Nico, ovvero La dolce vita, il gothic rock, i Velvet Underground, Andy Wharol, la tossicodipendenza, la bellezza, il cinema francese, i Rolling Stones, Bob Dylan, Jim Morrison, il punk e molto altro.
Nico che a 16 anni va a fare la modella a Parigi e che durante un soggiorno ad Ibiza uno dei fotografi che la immortalano le consiglia questo nome perché il suo amante greco si chiamava Nico Papatakis. Nico che recita ne “La dolce vita” di Fellini ed intreccia una storia d’amore con Alain Delon dal quale avrà un figlio non riconosciuto. Nico che ha una relazione con Brian Jones e che tramite Dylan (proprio lui, Bob) conosce Andy (proprio lui, Wharol) che la introduce nella sua Factory e la spinge ad entrare nel gruppo che più in assoluto ha fatto la storia del rock, i Velvet Underground di Lou Reed e John Cale con il quale stabilisce un legame profondo che porterà entrambi ad esibirsi in tutto il mondo una volta terminata la straordinaria avventura dei Velvet.
Nico che incoraggiata tra gli altri da Jim Morrison intraprende una sua carriera da solista e che col suo secondo album “Desertshore” pone le basi del Gothic rock. Nico che per una decina d’anni recita nel cinema francese e che dopo un oscuro periodo di assenza e tossicodipendenza torna ad incidere un paio di album molto apprezzati perfino nell’ambiente punk e non solo, tornando poi ad esibirsi sui palchi di tutto il mondo e che durante un concerto rivolgendosi al pubblico disse “Sono venuta per morire con voi”. Perfino Siouxsie (si, quella dei Banshees) la volle con sé nei suoi concerti. Nico che in una mattina d’estate esce di casa dicendo al figlio che sarebbe andata in centro a comprare dell’erba ma una caduta dalla sua bicicletta disse invece che bastava così…
Non ci sono date ma solo avvenimenti di una vita straordinaria, le date non servono ma anzi credo che in generale sminuiscano il significato dell’esistenza.

Jiddu Krishnamurti – La verità è una terra senza sentieri

Jiddu Krishnamurti,parlare di lui,raccontare della sua esistenza,non credo serva molto. Sono notizie che si trovano senza sforzo. Per iniziare a comprendere il suo messaggio basta copiare ed incollare pari pari due suoi brevi,brevissimi discorsi. Chi vorrà arriverà fino in fondo,chi vorrà cercherà. Senza i limiti del bene e del male. Così come da qualche tempo sto facendo.

Dichiarazione del 1929:

“La verità è una terra senza sentieri”. L’uomo non la può raggiungere attraverso alcuna organizzazione, alcun credo, alcun dogma, prete o rito; né tramite alcuna conoscenza filosofica o tecnica psicologica. Deve trovarla tramite lo specchio della relazione, tramite la comprensione dei contenuti della propria mente, attraverso l’osservazione e non con l’analisi intellettuale o una dissezione introspettiva.

L’uomo ha costruito dentro di sè delle immagini come barriera di sicurezza – immagini religiose, politiche e personali, che si manifestano come simboli, idee, credenze. Il fardello di queste immagini domina il pensiero dell’uomo, le sue relazioni e la sua vita quotidiana. Queste immagini sono la causa dei nostri problemi, in quanto dividono l’uomo dall’uomo. La sua percezione della vita è modellata dai concetti già stabiliti nella sua mente. Il contenuto della sua coscienza costituisce la sua intera esistenza. L’individualità è il nome, la forma, la cultura superficiale che egli acquisisce dalla tradizione e dall’ambiente. L’unicità dell`uomo non risiede nel superficiale ma in una completa libertà dal contenuto della sua coscienza, che è comune all’umanità intera. L’uomo non è quindi un individuo.

La libertà non è una reazione, non consiste nel poter scegliere. Siccome può scegliere, l`uomo crede di essere libero. La libertà è pura osservazione senza alcuna direzione, senza la paura legata a premi e punizioni. La libertà non ha motivazione; la libertà non è alla fine dell’evoluzione dell’uomo, ma sta nel primo passo della sua esistenza. Osservando, si comincia a scoprire la mancanza di libertà. La libertà va trovata nella consapevolezza senza scelta della nostra vita e delle nostre attività quotidiane.

Il pensiero è tempo; il pensiero nasce dall’esperienza e dalla conoscenza, che sono inseparabili dal tempo e dal passato. Il tempo è il nemico psicologico dell’uomo. Le nostre azioni si basano sulla conoscenza e quindi sul tempo, perciò l’uomo è sempre schiavo del passato. Il pensiero sarà sempre limitato e per questo viviamo in conflitto e lotta costanti. Non esiste l’evoluzione psicologica.

Quando l’uomo diventa consapevole del movimento dei propri pensieri, vede la divisione fra pensatore e pensiero, fra osservatore e osservato, fra colui che sperimenta e l’esperienza. Scopre che questa divisione è un’illusione. Solo allora c’è pura osservazione, che è insight senza alcuna ombra del passato o del tempo. Questo insight senza tempo produce una profonda e radicale mutazione nella mente. La negazione totale è l’essenza del positivo. Quando c’è la negazione di tutto quello che il pensiero ha generato psicologicamente, solo allora c’è amore, che è compassione e intelligenza.

Fonte: http://www.jkrishnamurti.org/it/about-krishnamurti/the-core-of-the-teachings.php

Ai giovani (Jiddu Krishnamurti)

Tratto da: La ricerca della felicita’ [Jiddu Krishnamurti]

Vi siete mai chiesti quale sia il senso dell’educazione? Perché andiamo a scuola, perché impariamo varie materie, perché facciamo esami e gareggiamo fra di noi per avere i voti migliori? Qual è il significato della cosiddetta educazione, qual è la sua vera funzione? Si tratta di un interrogativo realmente importante, non solo per gli studenti, ma anche per i genitori, per gli insegnanti e per chiunque ami questo nostro pianeta. Perché affrontiamo la lotta che il ricevere un’educazione comporta? E’ semplicemente allo scopo di superare qualche esame e trovare lavoro? Oppure la funzione dell’educazione è di prepararci, quando siamo giovani, a comprendere il processo della vita nella sua interezza? Avere un lavoro e guadagnarsi da vivere è necessario – ma è davvero tutto lì? E’ solo per quello che veniamo educati? Di certo la vita non è fatta soltanto di un lavoro, di un’occupazione. La vita è qualcosa di straordinariamente ampio e profondo, è un grande mistero, un vasto regno in cui agiamo in quanto esseri umani. Se ci prepariamo semplicemente a guadagnarci da vivere, non riusciremo a cogliere il senso della vita; e comprendere la vita è molto più importante che prepararsi per un esame o ottenere ottimi risultati in matematica, fisica e così via.

Dunque, in quanto insegnanti o allievi, non è importante domandarci perché educhiamo o veniamo educati? E qual è il significato della vita? Non è forse la vita una cosa straordinaria? Gli uccelli, i fiori, gli alberi in fiore, il cielo, le stelle, i fiumi e i pesci che ci vivono – tutto questo è vita. La vita sono i poveri e i ricchi; la vita è la perenne battaglia fra gruppi, razze e nazioni; la vita è meditazione; la vita è ciò che chiamiamo religione, ed è anche gli aspetti inafferrabili, nascosti, della mente – le invidie, le ambizioni, le passioni, le paure, le gratificazioni, le angosce.

La vita è tutto questo e molto di più. Ma di solito ci prepariamo a comprenderne solo una piccola porzione. Superiamo certi esami, troviamo un lavoro, ci sposiamo, abbiamo dei figli, e diventiamo sempre più simili a macchine. Continuiamo a essere paurosi, ansiosi, spaventati dalla vita. E allora, la funzione dell’educazione è di aiutarci a comprendere l’intero processo della vita o semplicemente di prepararci a una professione, al miglior lavoro possibile?

Cosa ne sarà di tutti noi quando diventeremo uomini e donne adulti? Vi siete mai chiesti cosa farete quando sarete adulti? Con ogni probabilità vi sposerete e, prima ancora di rendervene conto, sarete madri e padri; a quel punto sarete legati a un lavoro, o alle incombenze domestiche, e così, poco a poco, appassirete. E’ tutto qui quello che la vostra vita si avvia a essere? Ve lo siete mai chiesto? Non dovreste interrogarvi a questo proposito? Se la vostra famiglia è agiata, può darsi che abbiate già assicurata una posizione abbastanza buona, che vostro padre vi procuri un lavoro comodo o che facciate un matrimonio ricco; ma anche così andrete incontro al declino, al deterioramento.

Certamente l’educazione non ha senso a meno che non vi aiuti a comprendere la vastità della vita in tutte le sue sfumature, con la sua straordinaria bellezza, i suoi dolori e le sue gioie. Potete avere lauree e titoli accademici, e trovare un ottimo lavoro; e poi? A che serve tutto questo se strada facendo la vostra mente si offusca, si logora, si instupidisce? Non dovreste cercare di scoprire il senso della vita adesso che siete giovani? E non è forse quella la vera funzione dell’educazione, ossia di coltivare in voi l’intelligenza che cercherà di trovare la risposta a tutti questi problemi? Sapete cos’è l’intelligenza? E’ la capacità di pensare liberamente, senza paure, senza formule, che ci permette di cominciare a scoprire autonomamente ciò che è reale, ciò che è vero; ma se siete spaventati, non sarete mai intelligenti. Qualunque forma di ambizione, spirituale o terrena, alimenta l’ansia, la paura; ecco perché l’ambizione non aiuta a far sviluppare una mente che sia chiara, semplice, diretta, e quindi intelligente.

Sapete, è molto importante, quando si è giovani, vivere in un ambiente dove non alligni la paura. Andando avanti con gli anni, la maggior parte di noi diventa sempre più timorosa: abbiamo paura di vivere, paura di perdere il lavoro, paura della tradizione, paura di ciò che i vicini o il proprio coniuge diranno, paura della morte. La maggior parte di noi ha paura, in una forma o nell’altra; e dove è presente la paura, non c’è intelligenza. E non è forse possibile per tutti, da giovani, vivere in un ambiente dove non si respiri la paura, bensì la libertà  – libertà non di fare ciò che si vuole, ma di comprendere il processo del vivere nella sua interezza? La vita è in realtà bellissima, non è quella brutta cosa a cui noi l’abbiamo ridotta; e se ne può apprezzare la ricchezza, la profondità, la straordinaria bellezza solo quando ci si ribella contro tutto – contro la religione organizzata, contro la tradizione, contro il marcio della società attuale – scoprendo autonomamente, in quanto singoli esseri umani, ciò che è vero. Non imitazione, ma scoperta: è questa l’educazione, non è così? E’ molto facile adeguarsi a ciò che la società o i genitori o gli insegnanti vi dicono. E’ un modo sicuro e facile di esistere; ma non è vivere, perché in esso si annidano la paura, la decadenza, la morte. Vivere vuol dire scoprire autonomamente ciò che è vero, e questo è possibile soltanto quando si è liberi, quando è in atto una continua rivoluzione interiore.

Ma non siete incoraggiati a muovervi in questa direzione; nessuno vi dice di indagare, di scoprire autonomamente cos’è Dio, perché se mai vi ribellaste, diventereste un pericolo per tutto ciò che è falso. I vostri genitori e la società vogliono che viviate una vita sicura, e anche voi lo volete. In generale, una vita sicura significa una vita di imitazione e, quindi, di paura. Ma la funzione dell’educazione è di aiutare ciascuno di noi a vivere liberamente e senza paura, non è così? E la creazione di un’atmosfera libera da paure richiede un considerevole sforno di riflessione sia da parte vostra, sia da parte dell’insegnante, dell’educatore.
Sapete cosa significa questo – che cosa straordinaria sarebbe creare un’atmosfera libera da paure? Noi dobbiamo crearla perché, come possiamo vedere tutti, il mondo è perennemente in preda alla guerra, è guidato da politici avidi di potere, è un mondo di avvocati, poliziotti e soldati, di uomini e donne ambiziosi che vogliono farsi una posizione e lottano gli uni contro gli altri per affermarsi. Poi ci sono i cosiddetti santi, i guru religiosi con i loro seguaci; anch’essi bramano il potere, il prestigio, adesso o in una vita futura. E’ un mondo folle, in preda alla confusione più totale, in cui il comunista combatte il capitalista, e il socialista si oppone a entrambi; tutti hanno nemici e lottano per conquistare la sicurezza, rappresentata da una posizione di potere o di agiatezza. Il mondo è lacerato dai conflitti fra credenze opposte, dalle differenze di casta e di Casse, dai separatismi nazionali, dalle forme più svariate di stupidità e di crudeltà – e voi venite educati a prendere il vostro posto proprio in questo mondo. Venite incoraggiati a inserirvi nel contesto di questa società disastrosa; è questo che vogliono i vostri genitori e che anche voi, in effetti, volete.

Orbene, la funzione dell’educazione è semplicemente quella di aiutarvi ad adeguarvi allo schema di quest’ordine sociale marcio o piuttosto di darvi la libertà – la più completa libertà di crescere e creare una società differente, un mondo nuovo? Noi vogliamo tale libertà non nel futuro, ma adesso, altrimenti corriamo tutti il rischio di distruggerci. Dobbiamo creare subito un’atmosfera di libertà, cosicché voi possiate vivere e scoprire autonomamente ciò che è vero, diventare intelligenti, essere capaci di affrontare il mondo e comprenderlo, anziché semplicemente adeguarvi ad esso; dentro di voi, in profondità, psicologicamente, dovete essere perennemente in rivolta, perché solo coloro che sono sempre in rivolta possono scoprire il vero, non certo coloro che si adeguano, che seguono la tradizione. Solo indagando, osservando, imparando costantemente, potete trovare la verità, Dio o l’amore; ma non potete indagare, osservare, imparare, non potete avere alcuna consapevolezza profonda, se avete paura.


Dunque, la funzione dell’educazione è di sradicare, tanto internamente quanto esternamente, questa paura che distrugge il pensiero, i rapporti umani e l’amore.

Forse possiamo esaminare il problema della paura da un’altra angolazione. La paura produce effetti straordinari sulla maggior parte di noi. Crea ogni sorta di illusioni e di problemi. Se non la esploreremo in profondità fino a comprenderla veramente, la paura distorcerà sempre le nostre azioni. La paura deforma le nostre idee e menoma il nostro modo di vivere; crea barriere fra le persone e certamente distrugge l’amore. Quanto più ci addentriamo nella paura, quanto più la comprendiamo e ce ne liberiamo realmente, tanto maggiore sarà I nostro contatto con tutto ciò che ci circonda. Attualmente i nostri contatti vitali con la vita sono assai pochi, non è vero? Ma se riusciamo a liberarci dalla paura, amplieremo tali contatti, approfondiremo la nostra comprensione delle cose, avremo una reale compassione, una considerazione amorevole per il mondo, e i nostri orizzonti si allargheranno enormemente. Vediamo dunque se possiamo parlare della paura da un diverso punto di vista.

Mi domando se avete mai notato che la maggior parte di noi ricerca un qualche tipo di sicurezza psicologica. Desideriamo la sicurezza, qualcuno a cui appoggiarci. Come un bambino piccolo stringe la mano della madre, così noi vogliamo qualcosa a cui aggrapparci, qualcuno che ci ami. Senza un senso di sicurezza, senza una difesa mentale, ci sentiamo persi. Siamo abituati ad appoggiarci agli altri, a rivolgerci agli altri affinché ci guidino e ci aiutino, e senza tale sostegno ci sentiamo confusi, spaventati, non sappiamo cosa pensare, come agire. Nel momento in cui siamo lasciati a noi stessi, ci sentiamo soli, insicuri, incerti. Da questo nasce la paura, non è così?

Desideriamo qualcosa che ci dia un senso di sicurezza e abbiamo a disposizione difese di vario genere, barriere protettive sia interne che esterne. Quando chiudiamo le finestre e le porte di casa e restiamo dentro, ci sentiamo al sicuro, indisturbati. Ma la vita non è così. La vita bussa in continuazione alla nostra porta, cerca di spalancare le nostre finestre in modo che possiamo vedere di più; e se, spinti dalla paura, chiudiamo a chiave le porte e sbarriamo le finestre, busserà ancora più forte. Quanto più ci aggrappiamo alla sicurezza, sotto qualunque forma, tanto più la vita interviene e ci trascina. Quanto più abbiamo paura e ci chiudiamo in noi stessi, tanto maggiore è la sofferenza, perché la vita non ci lascia in pace. Vogliamo sicurezza, ma la vita dice che non possiamo averla; e così ha inizio la nostra lotta. Cerchiamo la sicurezza nella società, nella tradizione, nel rapporto con il padre e la madre, con il marito o la moglie; ma la vita fa sempre irruzione attraverso le mura della nostra sicurezza.

Anche nelle idee cerchiamo sicurezza o conforto, non è così? Avete osservato come nascono le idee e in che modo la mente ci si aggrappa? Avete l’idea di qualcosa di bello che avete visto durante una passeggiata e la vostra mente torna a quell’idea, a quel ricordo. Leggete un libro e ne ricavate un’idea a cui vi aggrappate. E’ indispensabile, dunque, che capiate come nascono le idee e come diventano un mezzo per procurarsi sicurezza e conforto interiore, qualcosa a cui la mente si aggrappa.

Avete mai riflettuto sulla questione delle idee? Se uno di voi ha un’idea e io ho un’idea differente, e ciascuno dei due pensa che la propria idea sia migliore di quella dell’altro, ci accapigliamo, non è così? Io cerco di convincere lui ed egli cerca di convincere me. Il mondo intero è costruito sulle idee e sui relativi conflitti; e se esaminate la questione in profondità, scoprirete che il semplice fatto di aggrapparsi a un’idea non ha senso. Ma avete notato che vostro padre, vostra madre, i vostri insegnanti, i vostri zii e zie, si aggrappano tutti tenacemente alle proprie idee? Orbene, come nasce un’idea? Come vi vengono le idee? Quando ad esempio avete l’idea di andare a fare una passeggiata, come è sorta tale idea? E’ molto interessante scoprirlo. Basta osservare – e capirete come sorge un’idea di questo genere, e come la mente si aggrappa ad essa, scartando tutto il resto. L’idea di andare a fare una passeggiata è la risposta a una sensazione, non è così? Già in passato siete andati a passeggio e ve ne è rimasta un’impressione o sensazione piacevole; avete voglia di rifarlo, così l’idea viene creata e poi messa in pratica. Quando vedete una bella automobile, avvertite una sensazione, non è così? Tale sensazione nasce dal fatto stesso di guardare l’automobile. La visione crea la sensazione, da cui nasce l’idea, “Voglio quella automobile, è la mia automobile”, e l’idea diventa allora assolutamente predominante.

Cerchiamo sicurezza fuori di noi, nel possesso di oggetti e nei rapporti, e anche internamente, nelle idee e nelle credenze. Credo in Dio, credo nei riti, credo che dovrei sposarmi in base a certi principi, credo nella reincarnazione, nella vita dopo la morte, e così via. Queste convinzioni derivano tutte dai miei desideri e pregiudizi e ad esse mi aggrappo. Ho sicurezze esterne, ossia al di fuori dei confini del mio corpo, e sicurezze interne; toglietemele o mettetele in discussione, e io avrò paura; vi respingerò, vi combatterò se minacciate la mia sicurezza.

Ma esiste davvero questa cosa chiamata sicurezza? Capite Cosa intendo? Noi abbiamo certe idee a proposito della sicurezza. Possiamo sentirci sicuri insieme ai nostri genitori oppure facendo un particolare lavoro. Il nostro modo di pensare, di vivere, di guardare alle cose – tutto questo ci può soddisfare. La maggior parte di noi è ben contenta di rinchiudersi dentro idee sicure. Ma è davvero possibile essere sicuri, malgrado tutte le difese interne ed esterne a nostra disposizione? Sul piano esterno può accadere che domani la nostra banca fallisca, ché nostra madre o nostro padre muoiano, che scoppi la rivoluzione. E c’è forse sicurezza nelle idee? Ci piace pensare di essere al sicuro con le nostre idee, le nostre credenze, i nostri pregiudizi; ma lo siamo davvero? Ci sono muri che non sono reali, che sono semplicemente il frutto delle nostre sensazioni e concezioni. Ci piace credere che esista un Dio il quale vigila su di noi, oppure che rinasceremo più ricchi, più nobili di quel che siamo adesso. Potrebbe essere e potrebbe non essere. E’ facile dunque, se consideriamo le certezze sia interne che esterne, accorgersi che nella vita non c’è alcuna sicurezza.

Vedendo tutto questo, una persona profonda inizia a liberarsi di ogni tipo di certezza, interna o esterna. Ciò è estremamente difficile, perché significa essere soli – soli nel senso che non si è dipendenti da nulla. Nel momento in cui si dipende da qualcosa, si ha paura; e dove c’è la paura, non c’è amore. Quando si ama, non si è soli. Il senso di solitudine sorge unicamente quando si ha paura di essere soli e di non sapere cosa fare.

Quando si è controllati dalle idee e isolati dalle credenze, la paura è inevitabile; e quando si ha paura, si è completamente ciechi.

Insieme, insegnanti e genitori devono dunque risolvere questo problema della paura. Ma purtroppo i vostri genitori hanno paura di ciò che potreste fare se non vi sposate o se non trovate lavoro. Hanno paura che prendiate una cattiva strada, paura di ciò che potrebbe dire la gente, e a causa di tale paura vogliono che facciate determinate cose. La loro paura è ammantata di quello che essi chiamarlo amore. Vogliono prendersi cura di voi, dunque dovete fare questo e quest’altro. Ma oltre il muro del loro cosiddetto affetto e attenzione per voi, scoprirete la paura, il timore per la vostra sicurezza e rispettabilità; e anche voi siete spaventati, perché per tanto tempo siete dipesi da altre persone.

Ecco perché è molto importante che, sin dalla più tenera età, cominciate a mettere in discussione e a infrangere questi sentimenti di paura, per non farvi isolare da essi, per non restare rinchiusi nelle idee, nelle tradizioni, nelle abitudini; e siate, invece, esseri umani pieni di vitalità creativa.

“Nu shu” ovvero l’alfabeto segreto delle donne

Davanti ad un pozzo non si muore di sete. Quando si è con le sorelle non c’è posto per la disperazione
Antico detto cinese che descrive meravigliosamente la forza di quelle donne che durante la Cina feudale in una società fortemente votata al maschilismo, all’interno della quale era proibita alle donne una formale educazione, inventarono una lingua tutta loro. Lo fecero per sopravvivere, per sentirsi meno sole, per dire ciò che era loro proibito dire.
Succedeva che quando gli uomini erano lontani a lavorare nei campi e le donne restavano da sole in casa a cucire e pulire, solitamente cantavano e si raccontavano storie l’un l’altra, poi le trascrivevano su pezzi di stoffa o fazzoletti, sui loro ventagli o sui vestiti e negli addobbi dei loro miseri abiti attraverso i segni di una lingua segreta e sconosciuta agli uomini.
Un mondo, ancorché una lingua. Uno spazio precluso agli uomini di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza, fino a quando negli anni 60 dello scorso secolo un’anziana donna fu soccorsa in una stazione ferroviaria in seguito ad un malore. Al momento di identificarla le scoprirono un fazzoletto nella tasca con dei ricami in un idioma sconosciuto. Erano gli anni della Rivoluzione Culturale e del sospetto contro chiunque non ne faceva parte. La polizia pensando fosse un codice cifrato ci mise pochissimo ad arrestare la donna per sospetto spionaggio. Furono interpellati i migliori esperti del paese per decifrare quei segni e solo negli anni 80 fu finalmente svelato il loro significato, era il Nu Shu, ovvero “scrittura delle donne” .
Serviva ad unirle in una speciale “sorellanza”, spesso più forte persino dei vincoli di sangue. Per condividere tra loro il dolore della repressione e della sottomissione agli uomini, che molto spesso subivano dal padre e poi dal marito una volta sposate con nozze combinate. A tal proposito alle spose veniva segretamente dato, interamente tessuto a mano, il cosiddetto “Libro del terzo giorno” una raccolta di poesie e canzoni che le donne del villaggio usavano donare alle giovani spose per alleviare la solitudine e la lontananza dalle sorelle e dal loro villaggio d’origine.
Il Nu Shu era la lingua della libertà e delle emozioni più profonde, era una esortazione alla vita ed al coraggio. Un modo per aggirare quell’obbligo del silenzio che veniva loro imposto, il simbolo dell’indipendenza femminile, il loro canto delle pene e delle gioie.
Unico caso, nell’umanità, di una vera e propria lingua di genere. Ideata da chi non possedeva altro che il coraggio di sopravvivere.

Lamento di donna indirizzato alle “sorelle” per condividere con loro un frammento della durissima quotidianità:

Alle donne che hanno un marito l’acqua del pozzo arriva.
Io non ho marito e il mio riso muore.
Da tempo mi alzo di primo mattino per andare nei campi e strappare le erbacce.
Ho imparato a spargere la cenere a mezzogiorno prima che sia troppo tardi
lavoro tutto il giorno con la zappa divento triste e triste piango.
Vado per strade in salita dall’occhio sgorgano lacrime che volano
lacrime che dagli occhi scorrono in alto verso la pioggia e mi torcono lo
sguardo.
Il vestito davanti si riempie d’acqua che scroscia e inzuppa
Sono l’uccello solo che vola nel cielo e non vede più la faccia del compagno.
Mio marito è nell’esercito, non lo vedrò più tornare.

Lettera ad una Betulla

15 Gennaio 2017,le 6:00 di mattina. Finalmente trovo il benzinaio in periferia dove mi era stato detto che di lì a poco sarebbe arrivato il furgoncino che ti portava qui. Il cielo scuro,scurissimo,un plumbeo figlio della notte che testardamente non vuole lasciare posto al giorno. Freddo e cocciuto come un inverno che sa spiegarti bene quanto sa essere duro. Parcheggio in una piccola area di sosta illuminata e mi accorgo che il furgoncino bianco è già lì, il conducente è in piedi fuori che parlotta con qualcuno. Mi avvicino con le mani nelle tasche del cappotto mentre guardo da un’altra parte aspettando il mio momento. Continuo a fissare la volta notturna e pulita alla ricerca di un barlume di giorno ma ancora niente. Due o tre minuti ed il vociare accanto al furgoncino è finito, mi avvicino cercando lo sguardo dell’autista, un ragazzo magro e svelto dai capelli lunghi e dallo sguardo stanco. Ho in mano la mia carta d’identità e il foglio che ho appositamente stampato, ci sono scritte le tue generalità, lui lo guarda e acconsentendo borbotta qualcosa avvicinandosi allo sportello del furgoncino. Apre la porta scorrevole e ci si infila dentro fino alle spalle per riemergerne con una massa informe nera ed immobile fra le mani, ti tiene delicatamente accarezzandoti ed io protendo istintivamente le mie mani per prenderti ma lui si ritrae lievemente “so che adesso vorresti farla sgambare un pò, è normale, vogliono farlo tutti ma c’è sempre il pericolo che possa scapparti e qui siamo vicini ad una strada…. te la appoggio io direttamente in macchina poi a casa la farai camminare un pò ,è per la sua sicurezza” dice con fare gentile ma con un tono tirato, quello di chi non dorme da un bel pò ma sa anche che ha ancora altro da fare ,e così apre lo sportello posteriore della macchina e ti depone mentre resti lì immobile. Mi fa firmare un paio di fogli e risalgo in macchina, a guidare c’è un amico, io mi siedo dietro accanto te, massa informe che continua a restare immota, ti appoggio una mano sul dorso, mi accorgo che sei calda e che respiri, dormi stremata dal viaggio, dalla fame e dalla sete. Avevo sentito dire che in previsione del viaggio non vi nutrono altrimenti sarebbe un pò problematico per voi e per il conducente. Passano cinque minuti e mi accorgo che puzzi terribilmente. No, l’aggettivo terribile non va bene, stuzzicato da quel fetore intenso penso ad altri aggettivi: Ripugnante? Nauseante? Disgustoso? Immondo, repellente, laido, spregevole ributtante…. in realtà vanno bene tutti e tutti insieme. Ma la mano no, non la ritraggo, è sempre lì appoggiata sul tuo dorso e non ho mai pensato per un momento di toglierla. Nel silenzio della via del ritorno a casa penso a te, prima avevi le cure di alcune persone e la compagnia di altri esseri come te, ora hai solo me e nessun altro e sarò io e solo io a decidere i tuoi pranzi, le tue cene, le tue passeggiate, le tue cure e tutto il resto. Ti osservo macchietta nera e penso “Betulla,forse non hai fatto un buon affare…”
Intanto finalmente il firmamento comincia a schiarire regalando la promessa di un cielo terso che molto probabilmente non sarà mantenuta, arriviamo sotto casa e saluto l’amico. Ti porto in braccio e mentre salgo le scale penso al fatto che non ti ho ancora guardato il musetto con quella bellissima striscetta bianca che ti passa in mezzo agli occhi attraversandoti la fronte. Penso anche che più tardi ti farò un bagno caldo e che ho già pronto il tuo shampoo.
Apro il portone e ti appoggio per terra vicino ai miei piedi, ti metti seduta ed alzando lo sguardo mi fissi, io faccio altrettanto, siamo due bestie che si stanno riconoscendo e compenetrando, ognuna persa nello sguardo dell’altra. Non diciamo niente e non emettiamo nessun verso, ci guardiamo e basta. Quindici secondi fermi così e la magia è compiuta…. ora ci apparteniamo…. ed è arrivato il turno delle crocchette, le mangi con avidità. La stessa avidità con la quale mi chiedi le coccole anche adesso a distanza di sei mesi esatti.
Però chissà perchè,penso sempre al fatto che in foto prima di adottarti non puzzavi in quella maniera, proprio no. Benvenuta Betulla.

Non rimandare l’esistenza a dopo

«Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie».
Queste sono le parole che Andrè Gorz dedicò a Dorine,la sua amata,contenute in un libro che scrisse in luogo della di lei malattia,una di quelle malattie degenerative,una di quelle malattie da cui non si torna più indietro…
Andrè Gorz nato a Vienna nel 1923,filosofo e giornalista francese,figlio di un commerciante e di una impiegata. Fu spedito da sua madre a studiare in Svizzera per evitargli il reclutamento nell’esercito tedesco.L’incontro con Sartre a 23 anni segnò la sua formazione intellettuale.
Trasferitosi a Parigi iniziò la sua formazione giornalistica e la sua crescita intellettuale che lo portò ad abbracciare un credo esistenzialista ed individualista nei confronti di quelli che erano i sistemi sociali che lo portarono a scrivere dei saggi nei quali metteva al centro del suo pensiero la questione dell’autonomia individuale,anticipando così quella che sarebbe stata l’importanza dell’autonomia individuale nei confronti dei grandi cambiamenti collettivi. La sua dimensione intellettuale,nel tempo,assunse valori tali da oltrepassare la sfera intellettuale e tracimare nella dimensione politica ponendo le basi per quella che sarà la sinistra sindacalista italiana.
Fu poi segnato profondamente dalle contestazioni sessantottine che denunciavano come le varie forme istituzionali limitassero la libertà umana,mettendo al centro della sua attenzione il pensiero di Ivan Illich uno scrittore storico e filosofo austriaco teorico della società conviviale. Entrò così in rotta di collisione col giornale con cui collaborava da tempo (Les Temps Modernes) e del quale ne aveva assunto la direzione editoriale. La sua evoluzione del pensiero lo portò poi ad assumere una posizione radicalmente ecologista giocando un ruolo molto importante per  l’evoluzione del movimento ecologista attraverso una serie di suoi scritti e saggi fino ad arrivare ad assumere una concezione nettamente anticapitalista teorizzando una «rivoluzione ecologica, sociale e culturale che abolisca le costrizioni del capitalismo».
Gli anni 80 furono caratterizzati dalla rottura coi movimenti esistenzialisti sartriani,col pensiero marxista ed infine col movimento pacifista quando,in occasione dello schieramento dei missili americani in Germania Ovest,non si oppose ma anzi affermò che essi avevano “messo la vita al di sopra della libertà”.
Nel Novembre del 2007 pone fine ai suoi giorni all’età di 84 anni suicidandosi insieme alla adorata moglie Dorine
Quella di Andrè Gorz fu una figura di spicco nel panorama filosofico e politico del 900,un uomo dalla caratura intellettuale enorme ma che nulla sarebbe stato se non avesse avuto al suo fianco Dorine,la donna che ha amato per tutta la sua vita,al di là della filosofia,di Sartre, dell’esistenzialismo,dei saggi,dell’ecologismo,del 68,del giornalismo,della politica, dei missili americani…
Le dedicò un libro “Lettera a D. Storia di un amore” che ripercorre a ritroso la loro storia e conoscenza. Scritto con una tenerezza e una intensità tale da sentire quasi il tocco delle parole sulla pelle.
Non si può comprendere la vita e l’opera di un personaggio del genere senza aver letto le straordinarie parole che ha dedicato alla sua amata.
Quando si accorse che una malattia degenerativa gliela stava portando via decise di suicidarsi con lei nel loro appartamento.Appese semplicemente un pezzo di carta fuori dal portone di casa con scritto “chiamate i gendarmi”.

«Ciascuno di noi vorrebbe non sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme».

André Gorz “Lettera a D. Storia di un amore”

Della poesia,la meccanica quantistica e di come va il mondo

Franco Fortini in una meravigliosa intervista paragonava la domanda “Che cosa è la poesia” ad altre del tipo “Che cosa è l’uomo” o “Che cosa è il mondo”. Tale paragone impone una difficoltà nella risposta tale da suscitare dispute millenarie e generazionali. Eppure, in qualche modo, dobbiamo provare ad aggirare questa difficoltà. Rispondere è importante perché ogni risposta implica nuove domande e porsi nuove domande vuol dire progredire nel pensiero.

Per rispondere partiamo dal concetto di linguaggio, serve per trasmettere, per comunicare, ma c’è un lato oscuro di esso, e cioè il linguaggio è autoreferenziale, mette in risalto se stesso, è in grado di attirare l’attenzione sulla sua forma. Chiamiamo questa peculiarità “funzione poetica” e qui cominciamo a capire, ad avvicinarci su quello che è la poesia.

Ora, diciamo che la poesia è una particolare forma di comunicazione che si distingue dalle altre e diciamo pure che è autoreferenziale e cioè attrae l’attenzione su se stessa.

Nell’intendere comune viene definito “poesia” tutto ciò che è bello, elevato, nobile e meritevole di stima ed emozioni che vengono esacerbate attraverso il richiamo di figure retoriche, immagini, significati alterati, giochi di sillabe e così via.

Detto questo possiamo asserire che la poesia può essere sia “oggetto di bellezza” e sia “oggetto verbale” e cioè “ciò che evoca emozioni” oppure “è ciò che spinge a dare un giudizio di valore”

Non mi sento di andare oltre nella sua definizione perché penso che da questo punto in poi si dipana la personale percezione che ognuno ha della poesia.

Voglio solo dire ancora che spesso confondiamo come poesia l’espressione di sentimenti soggettivi che di poetico hanno ben poco, soprattutto nella cosiddetta era moderna che di moderno non ha nulla e che ci fa vivere nella immediatezza più becera ed in quel vuoto pneumatico mentale che ci fa credere che ci sia poesia in una rima rap o nell’abbraccio annunciato in televisione di qualcuno che non si vede da tempo.

La poesia è quella cosa che parla di se stessa e che provoca un effetto d’eco mentre lo fa e che proprio essendo poesia e quindi autoreferenziale non può essere presa in parola perchè non è un “fatto” ma è più “metalinguaggio” con tutte le sfumature che comporta. E questo dà fastidio ai fabbricanti di rime rap ed emozioni televisive.

In questa era moderna io personalmente considero poesia il “paradosso del gatto di Schrödinger” usato per descrivere alcuni aspetti della meccanica quantistica, in cui vita e morte si miscelano con uguale peso, in cui due realtà opposte si sovrappongono intrecciandosi (entanglement) e dove,  quindi, non vi sono degli stati puri ben definiti e  separati come normalmente avviene in questa dimensione. Esistono mondi dove le normali leggi fisiche non valgono una cippa e nei quali il nostro modo di intendere il mondo non servirebbe a nulla…

“La poesia è un ragionamento fatto in presenza di un sogno, cioè un discorso che in apparenza è un discorso come un altro cioè un discorso di amore, di dolore, di descrizione, di esortazione, di sapere, di sapienza che è fatto sotto lo sguardo di un fantasma sotto uno sguardo che tutto tramuta,  apparentemente lasciando tutto intatto come accade appunto nei sogni.” (Franco Fortini)

Ecco, forse la poesia potrebbe aiutarci a capire.

Sette minuti

Accompagnando un amico in una clinica veterinaria me ne stavo in sala d’attesa con accanto Betulla, la mia adorata meticcia. Era da qualche minuto che aspettavo che l’amico uscisse da qualche porta poichè aveva il suo cagnolino ricoverato lì. Mi guardavo intorno pensando che da lì a breve, annoiandomi, sarei uscito a fare una passeggiata lì intorno per ingannare l’attesa. C’erano in quella stanza delle comode sedie rosse,sembravano quasi sedili da giardino anzichè delle normalissime ed anonime sedie. Di fronte a me su un piccolo bancone che fungeva da reception faceva la sua bella mostra un calendario con foto autoriali di cani e gatti,ogni tanto si sentiva una voce lontana e soffusa proveniente al di là delle 3 porte che davano su quella saletta. Entra un signore,alto,dal naso adunco,anzianotto ma nemmeno tanto,vestito con un giubbotto blu,una camicia in tinta e dei pantaloni grigi. Si siede vicino a me a gambe aperte appoggiando in mezzo ai piedi un trasportino bianco e rosa con una gatta all’interno che si guarda intorno un pò spaesata ma silenziosa e tranquilla. Betulla si mette in piedi ed allunga il collo per annusare incuriosita la grata del trasportino,guardando quel signore mi rendo conto che non aveva piacere che la cagnolina si avvicinasse e così con una carezza ed un ordine sussurrato la allontano. La gatta aveva un manto striato di grigio e nero e dei bellissimi occhi gialli. Pensavo a quale problema poteva avere per essere lì,ed al contempo mi sentivo fortunato perchè Uno, il mio gatto, il veterinario in 7 anni lo aveva visto solo una volta.
Si apre una porta ed una ragazza,una veterinaria a giudicare da come era vestita chiede:

“Avete già chiesto?”
“Io aspetto un amico che è dentro” rispondo
“Avevo appuntamento con la dottoressa Chiara,c’è da eliminare la gatta…. ha un cancro alla lingua… non mangia,non beve…” dice il signore.
C’era nella sua voce l’inflessione di chi non sapeva bene come esprimersi in quel momento,sembrava quasi che fosse venuto lì per procura e che la gatta in realtà non fosse sua. Forse chi le voleva bene non se l’era sentita di portarcela di persona.
“Attenda un attimo che chiedo,mi sa che la dottoressa è molto impegnata e ne avrà per un pò”
La porta si richiude per aprirsi poco dopo e veder riapparire un’altra veterinaria che con un sorriso di circostanza si rivolge al signore accanto a me e dice:

“Venga,venga pure,vuole restare dentro anche lei?”
“Si va bene” risponde con tono un pò greve.
Si alza,tira su il trasportino con la mano destra,guardo la gatta che silenziosa mi guarda al di là della grata mentre si allontana e scompare dietro la porta ondulando lievemente.

Sette minuti.

Tanto è stata la durata del silenzio nella sala d’attesa,non c’era nessun altro rumore se non quello di un ovattato passaggio di automobili proveniente dalla strada. Si apre la porta,ne esce il signore con in mano il trasportino vuoto. Senza salutare esce dalla sala d’attesa.

Generazione Fiocco di Neve.Il disastro della scuola del pensiero unico

di Benedetta Frigerio «Sono di sinistra perché credo davvero nella libertà e nei diritti delle donne. Non ho cambiato le mie posizioni, se mai è la sinistra che le ha tradite». È così che l’intellettuale Claire Fox, inglese, libertaria, già militante del Partito comunista rivoluzionario, spiega a Tempi perché ha deciso di scrivere il libro […]

via Generazione fiocco di neve. Il disastro della scuola del pensiero unico — il blog di Costanza Miriano

«Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi» Ovvero come trucidarne 20.000 invece di 500

Arnaud Amaury, o Amalric in italiano, noto come Arnaldo Amalrico o Arnaldo di Citeaux fu nella prima metà del 1200 il legato di Papa Innocenzo III incaricato di reprimere l’eresia catara. Essendo andati male i tentativi di scacciare i catari dalla terra di Occitania attraverso espulsioni e deposizioni di ecclesiastici sospetti, Innocenzo III organizzò una crociata per spazzare via con la forza gli eretici.
Fu in quell’occasione che, quando al legato pontificio fu chiesto come riconoscere gli eretici catari fra alcune persone rifugiatesi in una chiesa, lui rispose «Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi»

Ma facciamo un passo indietro elencando innanzitutto i personaggi della vicenda:

Innocenzo III – Papa
Arnaud Amaury – Abate di Cîteaux e legato pontificio di Papa Innocenzo III
Pietro di Castelnuovo – Religioso francese cistercense, legato straordinario di Papa Innocenzo III
Domenico di Guzman – Missionario e fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori
Raimondo VI di Tolosa – Conte di Tolosa, detto anche Raimondo il Vecchio
Filippo Augusto – Settimo re di Francia della dinastia Capetingia

Il catarismo fu un movimento cattolico cristiano diffusosi soprattutto tra il 1100 ed il 1200 nei Balcani, in Italia e prevalentemente in quella regione della Francia chiamata Linguadoca, terra di lingua occitanica e di Amor Cortese. Fu proprio in questa regione che i catari conobbero un periodo di potere ed indipendenza beneficiando dei cospicui lasciti dei signori del luogo e godendo di una certa libertà di predicazione nei villaggi della zona arrivando a dirigere conventi e perfino ad indire un proprio concilio ed istituire alcune diocesi. Insomma si governavano letteralmente da soli infischiandosene bellamente dei dettami del vaticano e della Santa Romana Ecclesia tutta.
Chiesa di Roma che, da par suo, da anni tentava di contrastare i fastidiosi catari in quella regione d’Europa attraverso l’invio di legati pontifici che avevano il compito di disquisire e dibattere con i “perfetti catari” allo scopo di portare dalla loro parte i seguaci della parte ritenuta eretica. Tentativi che non riuscirono mai a risvegliare la passione popolare per diversi motivi tra cui l’enorme influenza che avevavo i catari sia sulle persone di basso ceto sia sui nobili potenti della zona tra cui Raimondo VI di Tolosa, di cui parlerò in seguito. Per non parlare di come questi legati pontifici si presentavano dinanzi al popolo, sui loro cavalli ben bardati e con le loro scorte ed i loro vestiti puliti che facevano da contrasto con i poveri popolani di quei luoghi vestiti di stracci, affamati e già vessati dalle gabelle imposte dai potenti, oltre al fatto che i catari proprio come dottrina avevano il rifiuto dei beni materiali e di tutte le espressioni della carne « La proprietà privata era rifiutata come elemento del mondo materiale. I “perfetti” non potevano avere alcuna proprietà individuale. I catari godevano di una certa influenza negli ambienti più diversi, anche in quelli più elevati. Si narra che il conte Raimondo VI di Tolosa tenesse al suo seguito alcuni catari, dissimulati tra gli altri cortigiani, perché in caso di morte improvvisa gli potessero impartire la loro benedizione. »  (Capitolo II, Il socialismo nelle eresie del volume Il Socialismo come fenomeno storico mondiale, di Igor Safarevic)
Fu dunque alla luce dei fallimenti ottenuti dai legati papali che in quegli anni arrivò in Linguadoca Domenico di Guzman, predicatore spagnolo che si presentò alla corte di Papa Innocenzo III supplicandolo di essere inviato ad evangelizzare i cosiddetti popoli pagani, ma Innocenzo penso bene di sfruttare lo zelo religioso di quel giovane verso quegli eretici che tanti problemi gli davano e così il missionario giunse in quelle terre nel 1206 e rimanendovi per oltre 10 anni. Domenico, un cristiano dalla fede entusiasta e sincera (e diciamolo pure, un pò ingenuo) si prodigò alla causa sin da subito cercando di convertire gli eretici attraverso riconciliazioni, colloqui privati, trattative, opere di persuasione. Ma i testardi occitani proprio non volevano sentire le ennesime prediche dell’ennesimo campione inviato dalla chiesa e così si rese ben presto conto che, se voleva ottenere qualche effetto, avrebbe dovuto lui stesso dare l’esempio e che proprio come la gente del luogo avrebbe dovuto vivere in povertà ed umiltà. Se ne andò quindi a vivere in solitudine in una dimessa e modesta casetta in condizioni talmente povere ed umili che pochi erano quelli che resistevano al suo fianco. Cosa che lo portò dieci anni dopo a fondare l’Ordine dei Frati Predicatori. Domenico non ebbe comunque il tempo di ottenere i risultati sperati perchè nel 1208 Pietro di Castelnuovo, altro legato cistercense di papa Innocenzo III fu assassinato da mano ignota ed il corpo ritrovato vicino ad una abbazia situata nelle terre di Raimondo VI. Figura particolare rispetto alla realtà del luogo. Un nobile dalle idee liberali che arrivò perfino ad incoraggiare l’eresia oltre ad estendere le esenzioni fiscali nel suo potentato. Personaggio che se ne infischiava altamente dei legati papali e che non si fece convincere (in un primo tempo) ad abbandonare l’eresia catara, cosa per la quale fu poi scomunicato nel 1207 dallo stesso Pietro e che in seguito a quella scomunica scese ad un compromesso di comodo promettendo di sottomettersi ai voleri del vescovo di Roma. Ma l’anno dopo Pietro di Castelnuovo fu appunto assassinato. Un cadavere che cascava proprio a fagiolo considerando la situazione, perchè Arnaud Amaury, altro legato pontificio scaltro come una volpe, fece convenientemente ricadere la colpa su Raimondo VI che fu definitivamente scomunicato e i suoi vassalli sciolti dal vincolo di obbedienza verso colui che fino a quel momento era stato il loro signore. Fu il pretesto perfetto per scatenare una vera e propria crociata contro gli albigesi. Ecco quindi comparire una infuocata bolla papale preparata per l’occasione e che incitava a liberare dall’eresia quelle terre. Fu così chiesto a Filippo Augusto Re di Francia di guidare la crociata in Linguadoca. Cosa che Filippo rifiutò perchè da sempre mal sopportava le ingerenze della Chiesa nelle sue terre; e poi perchè mai avrebbe dovuto interferire presso dei nobili che non erano suoi vassalli? Ma disse anche che se Raimondo VI Conte di Tolosa fosse stato riconosciuto eretico allora “saprò come comportarmi”, cosa che avvenne puntualmente perchè fu riconosciuto colpevole di eresia dal concilio lateranense del 1215.
Filippo però, ad ogni buon conto, concesse furbescamente ai suoi vassalli di partecipare alla crociata che a quel punto fu capeggiata da Arnaud Amaury, l’abate legato pontificio che fece passare per assassino Raimondo VI, e da altri due personaggi che miravano al loro tornaconto. Nel Giugno del 1209 la crociata contro i catari partì e contava fra le sue fila anche Raimondo VI che nel frattempo dopo essersi reso conto che non sarebbe riuscito a mettere insieme una coalizione in grado di contrastare i crociati, aveva messo in piedi una trattativa con Innocenzo III facendo ritirare la scomunica a patto di combattere i catari. Le truppe si attestarono alle porte della piccola cittadina di Béziers dirette verso Albi e Carcassonne dove le comunità catare si erano per la maggior parte rifugiate. Dopo averla circondata chiesero che i catari fossero tratti fuori dalle mura cittadine ma dopo aver ricevuto un secco rifiuto la misero sotto assedio; un assedio che durò pochissimo perchè in seguito ad un tentativo di sortita degli abitanti i crociati penetrarono in città facendo una carneficina sebbene i rifugiati catari non contassero più di 500 fedeli. Fu in questa occasione che Arnaud Amaury, interpellato da un soldato su come distinguere gli eretici catari dagli altri, si racconta che proferì la frase “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi“.
Testimonianza diretta dello stesso Arnaldo di Cîteaux, che in una lettera al papa Innocenzo III dell’Agosto 1209 così scriveva (Migne, Patrologia Latina CCXVI, col. 139C):
«quasi sub duarum vel trium horarum spatio, transcensis fossatis ac muro, capta est civitatis Biterrensis, nostrique non parcentes ordini, sexui vel aetati, fere viginti milia hominum in ore gladii peremerunt; factaque hostium strage permaxima, spoliata est tota et succensa, ultione divina in eam mirabiliter saeviente».
Traduzione: «Nello spazio di circa due o tre ore, dopo aver superato i fossati e le mura, la città di Béziers fu presa e, poiché i nostri non guardarono né a stato sociale né a sesso né a età, quasi ventimila esseri umani morirono di spada; compiuta così una grandissima strage di nemici, la città fu interamente saccheggiata e bruciata: in questo modo la colpì mirabilmente il castigo divino»

La spalla voltata

Avevo messo uno specchio al posto del viso
per non tradire il dolore in qualche modo

Ma le tue parole erano alluvioni secolari
che hanno fatto scempio di ogni mia immagine

Quello che è rimasto l’hai scritto dietro ogni porta
affinchè non vi fossero chiavi a separarmene

E’ Miseria il mio nome migliore
oltre la voce,in fondo al mio tacere
ora che non ho più spalle da voltare

Bellinverno

Beslan

Beslan è una città dell’Ossezia del Nord che conta circa 35.000 abitanti.Fu fondata nel 1847 da immigrati e coloni ed il suo nome deriva da quello di un signore locale: Beslan Tulatov.
A Beslan vi sono 7 istituti scolastici tra cui la scuola “Numero 1”
Nella scuola Numero 1 il 1° Settembre 2004 si svolgeva una festa chiamata “Giorno della conoscenza” ovvero l’inaugurazione del primo giorno del nuovo anno scolastico.C’erano quella mattina bambini maestri e genitori che presenziavano alla cerimonia la cui tradizione vuole che i bambini del primo anno donino un fiore ai ragazzi che iniziano l’ultimo anno e che poi questi ultimi accompagnino nelle loro classi i bambini più giovani.
Fu durante questa festa che un commando di 32 persone armate con cinture esplosive  mitragliatrici e bombe a mano fece irruzione nella scuola sequestrando circa 1200 persone tra cui 900 studenti di età compresa tra i 6 e i 18 anni ammassandoli nella palestra della scuola che misurava 25 metri di lunghezza per 10 di larghezza.
Successivamente il commando uccise a sangue freddo circa venti maschi tra gli ostaggi gettando poi alcuni corpi dalle finestre in segno di dimostrazione nei confronti della polizia,dopodichè obbligarono alcuni bambini a pulire il sangue dal pavimento.
Infine minarono la palestra e tutto il resto dell’edificio scolastico con congegni esplosivi minacciando che avrebbero fatto saltare tutto se le forze di polizia avessero tentato un blitz.
Quelli che seguirono furono tre giorni di trattative,violenze,abusi,brutalità indescrivibili e storie di vessazioni e prevaricazioni disumane nei confronti dei bambini e del resto degli ostaggi compreso il rifiuto da parte dei sequestratori di fare assumere acqua e medicine.
Quelli che seguirono furono 3 giorni di inferno nell’inferno,morte nella morte,cruda sofferenza nella cruda sofferenza.
Al terzo giorno,per motivi tuttora ignoti,una esplosione causò il crollo del muro della palestra che provocò un fuggi fuggi generale ed un terribile conflitto a fuoco tra i sequestratori la polizia ed i parenti dei sequestrati.Come se non bastasse,violenza nella violenza,il commando azionò gli esplosivi disseminati in tutta la scuola provocando una carneficina immane.
Alla fine il bilancio fu di 331 morti di cui 186 bambini.Altri bambini dovettero subire amputazioni o rimasero disabili per sempre.
Molte madri decedute nelle esplosioni  furono trovate con il nome del figlio scritto a penna sul braccio,se lo erano scritto volontariamente nel timore che una volta morte le autorità avessero incontrato difficoltà nel risalire a quale famiglia appartenesse nel caso fosse sopravvissuto…       

 

  
Nella frescura d’autunno è bello

 

Nella frescura d’autunno è bello
scuotere al vento l’anima – che pare una mela –
e guardare l’aratro del sole
che solca sopra al fiume l’acqua azzurra.

È bello strapparsi dal corpo
il chiodo ardente d’una canzone
e nel bianco abito di festa
aspettare che l’ospite bussi.

Io mi studio, mi studio col cuore di serbare
negli occhi il fiore del ciliegio selvatico.
Solo nel ritegno i sentimenti si scaldano
quando una falla rompe il petto.

In silenzio rimbomba il campanile di stelle,
ogni foglia è una candela per l’alba.
Nessuno farò entrare nella stanza,
non aprirò a nessuno la porta.

 

Sergej Esenin

Il cammino delle fate

 
Non è alla meraviglia che devi chiedere
se a te che abiti l’ultimo stupore
canto la mia indolenza
Potresti dirmi che non esisterai prima di domani
e che nessun giorno mi è dovuto
senza una spiegazione ragionevole
a questa veglia che non ammette repliche.
Ciò che mi sale in cuore
già da qualche tempo
è il timore di un sogno che mi colga da sveglio
Magari in tarda primavera
quando le cose accadono senza più scuse
“Ma la realtà è il credito
che un sogno si guadagna”
Questo mi dicevi Solfiore
Fata dalle viscere di selce
e dalla luna buona che ti risponde
Però,a cosa serve la verità
se è l’opinione a governare il mondo
Sarebbe come scusarsi per il vento
o per la luce che disturba il giorno.
Forse è per questo che in fondo
nella veglia non si muore
E tu finalmente salva
perchè non posso più chiarirti.

Bellinverno

Quando il bambino era bambino…

Peter Handke è uno scrittore drammaturgo e saggista austriaco che ha scritto vari pezzi teatrali romanzi e saggi.
Ha collaborato anche col regista Wim Wenders per lo splendido “Il cielo sopra Berlino” da cui è tratta questa meravigliosa poesia:

Elogio dell’infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

Frammenti di un discorso amoroso

Roland Barthes,semiologo critico letterario e saggista appartenente a tutto tondo all’orientamento strutturalista soprattutto nel campo della critica letteraria.
Ha scritto nella sua carriera numerosi saggi critici tra cui una opera che ritengo di una bellezza estrema e che tuttora considero come un grande insegnamento nella mia educazione sentimentale e che in molti dovrebbero leggere e cercare di comprendere.
Sto parlando di “Frammenti di un discorso amoroso” un saggio di una bellezza assoluta scritto nel 1977 e che a detta dello stesso Barthes è:

«un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico,
bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola:
la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente,
di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla. »

Nel saggio il semiologo distingue l’immagine dall’immaginario e cioè la distinzione fra l’amato/a e l’amore asserendo che si ama più l’amore che l’amato stesso individuando come conseguenza la “fertilità” dell’attesa dell’amato e della sua assenza.
Mi fa pensare a Lacan e la sua concezione di desiderio secondo cui noi desiderando di amare una persona non facciamo altro che sostituire come oggetto del desiderio qualcosa che è assolutamente irraggiungibile ed inesistente (il paradiso) con qualcosa di tangibile ed a portata di mano e di sensi.
Barthes fra le tante meraviglie del suo saggio ne spiega la realizzazione con queste sue parole:

«La necessità di questo libro sta nella seguente considerazione:
il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine.[…]
Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il Luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione. Questa affermazione è in definitiva l’argomento del libro che qui ha inizio.»

E’il luogo in cui il “desiderante” si ostina ad affermare l’amore nonostante tutto,in cui viene fatta la vana ricerca di un appagamento impossibile,in cui si sente posseduto dal “demone del linguaggio” e dall’estremo desiderio del “voler capire”.Tutto ciò porta ad una riduzione del senso di realtà delle cose (distinzione fra realtà e reale intendendo il reale come grado superiore di visione del mondo rispetto alla realtà).
In questo modo (ed in questo luogo) l’innamorato si autoesilia dalla realtà vivendo in una sorta di finzione (il Luogo appunto) nel quale succede una “caduta dentro se stessi” fatta di “io ti amo” ,lettere,ricordi,rimpianti,scenate ecc…
Questi sono i “frammenti del discorso amoroso” in cui il linguaggio (inteso non come esclusivamente scritto ma inteso come l’insieme degli accadimenti nel Luogo) ha perso il suo “oggetto” (l’amato/a) mostrandosi in tal modo “potente ed eccessivo”.
Barthes,da semiologo,ne osserva gli effetti:

«voler scrivere l’amore significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo […] e povero»

Perchè tentare di delimitare (col linguaggio) qualcosa che è illimitato (l’amore) porta appunto a quell’autoesilio citato prima,ad una estrema solitudine,a quel Luogo che rende confusi ed incapaci di vedere la realtà ed il reale.
Perchè il discorso dell’amore è “un discorso impossibile” e nell’impossibilità l’oggetto amato diventa “inafferrabile”.
Ma tutto ciò,questa “inafferrabilità” è insopportabile per l’innamorato (il desiderante) che cerca di allontanare questa insopportabilità attraverso il linguaggio con tutto quello che ne consegue.
E’ qui che interviene ancora Barthes con la saggezza orientale rispondendo a chi cerca la verità con un semplice quanto profondo “si”.

Citazioni da “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes:

“Io desidero il mio desiderio, e l’essere amato non è altro che il suo accessorio”

“Qualsiasi altro desiderio che non sia il mio non è forse folle?”

“Nel languore amoroso qualcosa se ne va, senza fine; è come se il desiderio non fosse nient’altro che questa emorragia. La fatica amorosa è questo: una fame amorosa che non viene saziata, un amore che rimane aperto.”

“Nell’amorosa quiete delle tue braccia”

Infine:
Tratto dal secondo frammento del discorso amoroso

“E la notte rischiarava la notte”

1. Io avverto in me, volta a volta, due notti, una buona e l’altra no. Per esprimere questo, mi servo di una distinzione mistica: estar a oscuras (essere nell’oscurità) può verificarsi, senza che vi sia colpa, perché sono privato della luce che illumina le cause e i fini; estar en tinieblas (essere nelle tenebre) mi accade invece quando sono acciecato dall’attaccamento alle cose e dal disordine che ne deriva.
Il più delle volte, mi trovo ad essere nell’oscurità del mio stesso desiderio; io non so che cosa vuole, lo stesso bene risulta essere per me un male, tutto si ripercuote, io vivo a sussulti: estoy en tinieblas. Ma altre volte si tratta di una Notte diversa: solo, in posizione meditativa (che sia un ruolo che io mi scelgo?) penso all’altro con calma, lo guardo così com’è; tralascio ogni interpretazione; entro nella notte del non-senso; il desiderio continua a vibrare (l’oscurità è transluminosa), ma io non voglio cogliere niente; è la Notte del non-profitto, del dispendio sottile, invisibile; estoy a oscuras: io sono lì, seduto semplicemente e tranquillamente nell’interno nero dell’amore.

2. La seconda notte avvolge la prima, l’Oscurità illumina la Tenebra: “E la notte era oscura ed essa rischiarava la notte”. Io non cerco di uscire dall’impasse amorosa facendo ricorso alla Decisione, all’Autorevolezza, alla Separazione, all’Oblazione ecc., in poche parole ricorrendo al gesto. Io sostituisco solamente una notte all’altra. “Oscurare questa oscurità, ecco la porta di tutte le meraviglie”.

Iditarod

Ci sono esperienze che segnano nel profondo ed il cui ricordo non ci abbandona più per il resto della nostra vita.Come correre su una slitta insieme ad una muta di cani nel freddo più intenso per migliaia di km cercando di non fermarsi mai e combattendo contro la disidratazione e la fatica
L’iditarod è una celebre corsa che si svolge con cani da slitta in Alaska.Parte da Anchorage e termina a Nome,una cittadina sul mare di Bering.Il percorso è lungo 1800 km e trae la sua origine da un episodio accaduto nel 1925 quando una epidemia di difterite minacciava di sterminare la città di Nome ma date le avverse condizioni metereologiche era impossibile far pervenire il vaccino in tempo utile da Anchorage.Fu così organizzata una staffetta con slitte e relativi cani e così la popolazione fu salvata.
Da allora fino ai giorni nostri si svolge questa affascinante competizione che mette a dura prova cani e uomini creando tra loro un legame che definire “speciale” è un ufemismo.
L’iditarod è anche un’avventura estrema che porta a gareggiare a temperature che si avvicinano ai -40° e che si percorre senza bussola nè altri aiuti.Solo chi ha una grandissima esperienza ed ha superato prove difficilissime può parteciparvi.
Vince semplicemente chi va più forte ed è oramai una gara leggendaria per chiunque ami l’avventura,si inizia solitamente con una muta di cani che arriva fino a 16 elementi e non bisogna terminare con meno di 6….
Per vincere uno dei modi è quello di fermarsi il meno possibile e a questa competizione sono legati molti aneddoti come quella del cane Balto che nel 1925 percorse l’ultimo tratto della staffetta che arrivava alla città di Nome percorrendo gli ultimi 127 km in mezzo alla tormenta.Salvando così migliaia di bambini dalla difterite.
Se dovessi rivelare uno dei miei sogni allora eccolo qui,partecipare all’Iditarod.Una competizione al cui confronto i quotidiani  problemi della vita sembreranno ben poca cosa.