I vermi della risaia

A Lesbo Marguerite Duras e Alain Resnais

Quando sono su una spiga
ad aspettarti
sapendo che non verrai
allora il mondo non è tranquillo


Il male è banale, se ne sta ai lati della bocca come la lettera maiuscola di un
discorso. Ghermisce la bocca il male, agita i fili d’orzo con un soffio che poi non
torna.
L’amore invece è un bacio lontano che svanisce nel fluire degli istanti. Posso sentirne
ancora la sua eco che si riverbera al di là di questi argini che non parlano.
Resta segreto poiché incompreso ed ha lo stesso colore bruno del mio rimorso
perché ho ambito al mio valore anziché alla mia felicità.
Sono un verme della risaia, una femmina per la precisione, una miride del riso dal
colore verde smeraldo e due antenne di un bel rosso che ricordano certi tramonti estivi. Non vengo dal dolore o dalla bruttezza, anzi, tra i fili d’erba dove sono nata e cresciuta potevo vedere in filigrana
dei deliziosi fiori di viola che allietavano il mio farmi adulta. Vivevo scalfita dal tratto
antico della dolcezza, accompagnata da rugiade familiari che mi si scioglievano in
cuore nei primi mattini di primavera.
Fu poi in Maggio che giungemmo in questa risaia che lentamente digrada verso solchi che
delimitano vasche d’acqua sorgiva. C’erano delle buone foglie giovani e fresche
ed uno stagno che si perdeva a vista d’occhio in cui potevamo specchiarci e
guardare il cielo e la sua bellezza.
Non c’erano carezze cattive ed accoccolata fra la mia mamma ed il mio
papà ero libera di domandar loro cosa era il grande freddo.
Ogni cosa, a dispetto del mio domani, era al suo posto. Il sole, la luna, i giorni, il tempo, i colori, le promesse di questa risaia che ci accoglieva come una grande madre, pronta a nutrire i miei sogni di giovane verme.
Fu in una delle prime notti della mia età adulta che ti conobbi. Eri un maestoso maschio di Piralide dalle belle ali bionde striate di bruno. Balzavi di foglia in foglia come se niente fosse e la tua livrea in quall’audace volo brillava alla luce della luna come la lanterna di un faro in burrasca. Eri bello, bello e meraviglioso e mai, dico mai avevo provato una sensazione simile alla vista di un altro verme. Ti accorgesti quasi subito di me, dei mei occhi irrimediabilmente sperduti nel tuo volo e sprezzante del mio battito impazzito atterrasti in un lampo sulla foglia accanto alla mia. Mi guardasti sprezzante di ogni imbarazzo e prima ancora che tu proferissi parola ti restituii fiera lo sguardo, così come mia madre mi aveva insegnato. Mi fissasti con un’espressione seria in una specie di irreale silenzio in cui tutto intorno mi sembrava immobile, un attimo senza fine durante il quale ogni cosa sembrava scrutarmi. Perfino quel cielo serotino e quasi notturno sembrava si fosse accorto del mio cuore divenuto illogico e capriccioso. Scoppiasti in una allegra risata e come se niente fosse, cominciasti di colpo a raccontarmi che al tramonto avevi conosciuto una libellula che aveva visto una cosa dello stesso colore delle mie antenne che si chiamava fragola. E che in un mattino pieno di sole dopo un gran temporale avevi visto dei bagliori colorati su nel cielo che ne attraversavano la volta. Ti vantavi di conoscere la risaia come nessuno e mi promettesti che saresti tornato a trovarmi e che forse un giorno mi avresti portata con te nell’Aldilacrima, quel posto dove nessuno osava andarci perché voleva dire varcare la soglia della risaia e sconfinare nell’ignoto, lì dove ogni frontiera non aveva più senso e dove gli argini celavano qualcosa di tremendamente proibito. Me ne parlò una volta con tono greve il mio papà scongiurandomi di non andarci mai. Fu in quel momento che ti cacciai via sdegnosamente pregandoti di non presentarti mai più ma non avevo nemmeno finito di parlare che già eri volato via chissà dove. Forse tra le stelle, confuso fra i loro barbagli che insistevano quieti sulle mie antenne immerse in un silenzio divenuto quasi irreale.



Innamoramento


Inutile dire che pensai a te tutto il giorno. Quasi dimenticai perfino di mangiare qualche cariosside. Ti immaginavo avvenente e folle mentre solcavi in pochi balzi la risaia compiendo prodigiose evoluzioni tra le piante in fiore ed offrendo spavaldo e strafottente la tua livrea all’estate. Arrivò la sera finalmente, tornasti. A guardarti bene non eri bello come ti avevo immaginato per tutto il giorno, ma cosa importa, eri lì ed il mio cuore batteva forte come ieri e come ieri facevo la parte di chi ti disprezza e tu quella di chi sapeva bene quanto mentivo ed allo stesso tempo gonfiavi il petto raccontandomi delle tue imprese mentre ti ascoltavo rapita. Cosa importa se quello che mi raccontavi era vero oppure no, cosa importa se in realtà eri solo come me. Era importante invece che tu mi parlassi, che io ascoltassi il tuo canto. Era importante fantasticare di sposarti ogni sera e come ogni sera ti mandavo via negandomi a te con sempre meno convinzione. Passammo così quasi tutta la mia prima estate, persi in quel gioco delle cose in cui io mi nascondevo per esserti presente e tu che invece ti mostravi a me e diventare sempre più l’indiscutibile causa dei miei pensieri.

Perdita

Il tuo vagabondare di stelo in stelo, di foglia in foglia, in maniera parossistica, esasperante. Il tuo volo senza requie che era la cifra di una smania che mi affascinava ma che nonostante i miei sforzi non ho mai compreso fino in fondo, mi dava delle volte un senso di incertezza e di smarrimento. Mi chiedevo quando ti saresti infine posato vicino a me, quando oramai pronta, avrei potuto finalmente donarti il mio controcanto e rivelarti attraverso di esso la promessa che ero.
T’aspettavo ogni sera ed ogni sera tu arrivavi, puntuale come un asteroide.
T’aspettavo ogni sera ed ogni sera ero il tuo girasole che seguiva fedele la parabola del tuo volo.
T’aspettavo ogni sera ed ogni sera restavo sola.
Mi svegliai un mattino in cui la risaia era talmente bella da addobbare le mie antenne coi suoi riflessi d’acqua. Gli steli di riso se ne stavano trasognati al colmo dell’estate ed io invitta sognatrice avrei aspettato il mio bel bardo. Quel bardo che non aveva niente ma che sapeva cantarmi delle cariossidi e degli apici bianchi, di luoghi che non ho mai conosciuto e del colore delle pesche che intravedeva nei suoi salti migliori.
Venne mia madre a dirmelo, ti avevano trovato nell’Aldilacrima, appena fuori dalla risaia in un solco di terra accanto all’argine. Era rimasto ben poco di te, le formiche avevano fatto il resto.
Dicevano che durante la notte ti avevano visto volare dietro alcune lucciole, che ti avevano visto andare lontano e poi chissà, che forse ti eri perso e troppo stanco ti eri posato su un formicaio. O semplicemente eri così cieco e sciagurato della tua frenesia di scoprire, che quelle lucciole ti erano sembrate il fuoco fatuo di luoghi dove si può solo essere felici.


Epilogo

Ho provato a lottare con tutte le mie forze per non immaginare cosa è successo dopo

– ti hanno ritrovato grazie al vento

Ho combattutto contro me stessa punendomi e sentendomi in colpa ogni volta che mi balenavano alla mente le immagini del tuo corpo lentamente smembrato

-ha portato i tuoi resti al di qua della

Ho guerreggiato eroicamente e fino allo spasimo contro l’orrore che questo vento mi ha reso

-un pezzo d’ala, un’antenna spezzata.

Non ci sono riuscita.
Soprattutto al tramonto fa capolino, precisa e brutale, la mancanza di non aver mai conosciuto il tuo nome, quella linea di demarcazione che ci aiuta a fare la differenza tra i vivi e i morti, a distinguerti da chi c’è stato prima di te o perlomeno chiamarti mentre avevo la tua testa sul grembo caduta fuori dal mio amore.
Alla fine le cose, comunque sia, prendono sempre il loro posto. Il tuo è quello di chi mi ha resa un girasole a fine estate, quello di chi ha svuotato la mia promessa come una cariosside in autunno senza potertene fare una colpa. E’ questo il mistero che mi rendi, completamente impreparata al fatto che sta per arrivare l’inverno.

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